Prima e dopo il terremoto: il castello di sabbia della Strategia per le aree interne - Simone Vecchioni per Lo stato delle cose


Le Aree Interne rappresentano una parte ampia del Paese – circa tre quinti del territorio e poco meno di un quarto della popolazione – assai diversificata al proprio interno, distante da grandi centri di agglomerazione e di servizio e con traiettorie di sviluppo instabili ma tuttavia dotata di risorse che mancano alle aree centrali, con problemi demografici ma anche fortemente policentrica e con forte potenziale di attrazione. (Agenzia per la Coesione Territoriale del Governo Italiano)

Da chi e da cosa dobbiamo “Salvare l’Appennino”




Da qualche tempo la nostra terra è oggetto di una particolare attenzione. La perdita di popolazione, la crisi occupazionale e la contrazione dei servizi pubblici hanno acquisito rilevanza in seguito al sisma, divenendo triste occasione di speculazioni politiche ed economiche della peggior specie. Al Salvini di turno si sono infatti aggiunti noti imprenditori locali animati, per lo meno sulla carta, da una volontà quasi caritatevole, indirizzata a salvare l’Appennino dal declino demografico e socio-economico. 

Questa estate torrida se n’è andata e con l’arrivo dell’autunno si ripongono negli scaffali le t-shirt e l’abbigliamento “leggero”.

Soluzioni abitative in attesa eterna


Visto e considerato che quelle che da un anno dovrebbero sorgere nei paesi colpiti dal terremoto ancora non si vedono, come rete Terre In Moto, abbiamo voluto consegnare alla Regione le nostre SAE, che con l’occasione ribattezziamo “Soluzioni abitative in attesa eterna”. 

Ma dopo il terremoto chi le paga le bollette?


Una delle prime domande che ci siamo posti quando abbiamo scoperto che il M.A.P.R.E.*, il modulo abitativo che ci avevano fornito, è tutto elettrico (fornelli, riscaldamento, acqua calda) è stata: “E chi le paga le bollette?” 
E non perché non vogliamo pagare, ma qualcuno mi deve spiegare per quale motivo, delle persone che hanno perso la casa, si devono trovare a pagare delle bollette più alte del normale, solo perché qualcun altro ha scelto loro di farle vivere (per anni), in una baracca che funziona solo a corrente, con isolamento termico quasi nullo, in montagna, dove lo scorso inverno siamo arrivati tranquillamente a -12°C e dove basta un temporale per far andare via la luce due giorni.

Vuoto a perdere: i borghi fantasma di Serravalle del Chienti - Lo stato delle cose


Articolo di Simone Vecchioni su Lo stato delle cose

Il futuro è già passato, e non ce ne siamo nemmeno accorti.

(Vittorio Gassman in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, 1974)

Percorrendo la SS77 all’altezza di Colfiorito, al confine tra Marche e Umbria, è possibile imboccare una strada che non consente solo un viaggio nello spazio ma anche nel tempo.

L’itinerario ci porta verso Sud e attraversa alcuni dei paesi e dei borghi che furono devastati dal terremoto del ’97, di cui in queste settimane si ricorda il ventennale. Un terremoto che fu seguito da una ricostruzione citata come modello in convegni e incontri. Ricostruzione che viene impietosamente paragonata alla gestione “del post sisma dell’emergenza continua” tuttora in corso nelle regioni dell’Appennino Centrale. Percorrendo quella strada, dicevamo, si attraversano spazi incantevoli da un punto di vista paesaggistico, come d’altra parte è consuetudine in quell’area dell’Appennino. Scendendo ancora si arrivava a Visso, “si arrivava” perché il tratto della Valnerina che conduceva alla sede del Parco nazionale dei Monti Sibillini è chiuso a causa di un’imponente frana che ha persino spostato il corso del fiume. Ma noi nel nostro viaggio non dobbiamo arrivare a Visso, la porzione di territorio che ci interessa e che riempie di vuoto le foto di Mario Capriotti si trova chilometri prima.

Il nostro viaggio nello spazio ci porta ad Acquapagana, Cesi, Corgneto, Taverne e in altri borghi che tolgono il fiato per la loro mancanza di vita. Case in legno o in muratura perfettamente uguali tra di loro ricostruite secondo il modello del ’97, perfettamente uguali anche nel trasmettere una sensazione di spaesamento che lascia attoniti. Quegli spazi avevano accolto venti anni fa gli sfollati dei rispettivi paesi ma nel corso di queste decadi sono diventati dei feticci di nuclei abitati. Anche nel mese di agosto, periodo in cui sono state scattate le foto e in cui qualche seconda casa si ripopola, sembra di essere in un set cinematografico abbandonato. Un villaggio del far west creato ad hoc per girare qualche scena in esterno giorno con i terremotati al posto dei pistoleri con le loro colt. Lo spazio vuoto ha una tale forza che è persino difficile immaginare quei luoghi popolati, quello spazio vuoto stride con il racconto del “modello ’97” che viene proposto in queste settimane, in questi mesi, in questi anni.


Anni. Abbiamo parlato di un viaggio nello spazio e nel tempo, questa seconda parte del cammino però non ci porta indietro a quando quelle strutture sono state edificate ma ci porta avanti verso un futuro distopico. I borghi vuoti raccontati attraverso queste immagini non ci parlano solo di un bug in un modello che pareva inattaccabile ma gridano, urlano senza voci per avvertirci che i paesi di tutto l’Appennino rischiano di fare la stessa loro, solitaria fine. Sono lì a testimoniare che ricostruire un paese non significa solo ricostruire le case. E adesso ai vuoti svelati dalle foto di Capriotti si aggiungono qua e là in quelle stesse immagini nuove macerie accatastate, a testimoniare che c’è stato un altro terremoto nel 2016.

Se non interroghiamo la memoria con un’idea di futuro rischiamo semplicemente di rincorrere modelli applicandoli in contesti diversi, semplificando e allontanando la complessità. Ancora una volta saranno modelli emergenziali che non terranno conto di quello che sarà, che non affronteranno il vero modello che andrebbe aggredito: il modello di sviluppo.
Immaginare l’intera area colpita dal terremoto del 2016 svuotata dai suoi abitanti fa venire le vertigini, ma anche qui occorre non generalizzare. Molti paesi, anche se a stento, sopravviveranno comunque e altri probabilmente ne usciranno addirittura rafforzati. Non dobbiamo però dimenticarci che ogni pezzo che andrà perso modificherà il quadro d’insieme e potremmo ridurci ad avere solo un’astrazione selettiva della realtà.




Così il terremoto ha ridato linfa alla strategia dell’abbandono - Leonardo Animali per Lo stato delle cose

Castelluccio. Ottobre 2017

[Articolo originale su Lo stato delle cose]

La strategia dell’abbandono abita da sempre sull’Appennino. Sta lì, silente e dormiente per lungo tempo, un po’ come le faglie nella crosta terrestre. Poi, come il terremoto, all’improvviso ritorna ciclicamente a manifestarsi con tutta la sua forza, arruolando proseliti, capi ed esecutori. Il terremoto, al pari di altre calamità naturali, è il suo più grande complice, un validissimo “facilitatore”. Nel tempo, durante le fasi di quiete, la strategia dell’abbandono si alimenta di cattiva edilizia, saccheggio del paesaggio e delle risorse naturali, mancata prevenzione geomorfologica, e di patrimoni immobiliari lasciati all’incuria da eredi, che neanche si ricordano di essere proprietari di una casa della bisnonna.

La cattiva politica è la sua linfa vitale: politici e governanti di scarse qualità e improvvisate che rincorrendo i falsi miti del decisionismo, dell’efficienza e della razionalizzazione, hanno ridotto gli spazi democratici e rappresentativi, quasi azzerato i servizi alle persone, svenduto e privatizzato beni pubblici e risorse naturali. Amministratori locali senza poteri di intervento efficaci e sanzionatori verso quanti lasciano depauperare un patrimonio immobiliare, fino al punto di renderlo pericoloso per tutti. Si parla degli artefici di scelte politiche che pensano prima ai turisti che agli abitanti e, di conseguenza, asservite spesso a imprenditori senza scrupolo che considerano i cittadini esclusivamente come dipendenti o clienti.

Classi dirigenti inconsapevoli del fatto che sull’Appennino i turisti ci sono se i paesi sono vivi, se chi ci abita è anche un animatore della vita del proprio borgo, se ci sono servizi alla persona (sociali, sanitari, culturali), se le strutture ricettive sono sicure, se le due stanze che prendi in affitto per una settimana (e magari in nero), non ti si accartocciano sopra di notte se arriva il terremoto. Ma anche classi dirigenti che consapevolmente preferiscono che, sui territori interni e montani, meno abitanti ci sono e meglio è, perché con gli abitanti non si possono favorire grandi operazioni industriali dal violento impatto ambientale, loschi e opachi progetti di consumo del territorio. Meglio per tutto ciò, allora, un Appennino trasformato in un enorme villaggio vacanze stagionale. E infine, ma non ultimi, spesso i fiancheggiatori della strategia dell’abbandono sono gli stessi abitanti dell’Appennino, quelli che pensano a fregarsi l’uno con l’altro, a ingraziarsi qualche amministratore locale in cambio dell’aumento di una cubatura, quelli che rigettano qualsiasi stimolo, quelli che Franco Arminio definisce “gli scoraggiatori militanti”, i più pericolosi. Caratteristiche che non riguardano una fascia anagrafica o un genere, ma che sono, per così dire, trasversali.

Il più delle volte la strategia dell’abbandono non ha una cabina di regia, un capo, ma è l’espressione di un insieme di fattori, che operano in maniera dolosa o colposa. Poi ci sono quelli che resistono alla strategia dell’abbandono, o quantomeno ci provano. Sono quelli che sull’Appennino ci abitano consapevolmente, nativi o arrivati da altri luoghi. Quelli che stanno quassù, non per una resa passiva al destino, o perché vocati al sacrificio, ma perché hanno scelto di farlo, perché qui trovano le ragioni di un’idea di felicità, di un’etica che diventa pratica quotidiana. E allora ci sono bambini, ci sono vecchi, cani, pecore, maiali, mucche e galline; ci sono imprese che producono qualità esclusivamente per il fatto di essere lì, in quelle condizioni ambientali ed altimetriche. Ci sono competenze e professionalità che possono lavorare anche da una piccola comunità sperduta sui monti, e che più che di strade a scorrimento veloce, hanno bisogno della banda larga e di internet, di infrastrutture telematiche che non ti abbandonino al primo temporale.

Ci sono ragazze e ragazzi che investono il proprio futuro qui, sull’Appennino, con competenze e conoscenze elevate. Come l’aglio per i vampiri la conoscenza, l’informazione, la partecipazione e la democrazia comunitaria sono l’antidoto contro la strategia dell’abbandono. Le persone che si riprendono i propri diritti civili e costituzionali, e ricostruiscono modalità collettive di interlocuzione con i diversi poteri, spiazzano e spaventano; di fronte alle comunità che si ritrovano insieme per una causa, che la sostengono in un conflitto dialettico e nonviolento, la strategia dell’abbandono sbanda, vacilla, fino ad arretrare. La lotta alla strategia dell’abbandono potrà aver successo se le persone che vivono sull’Appennino riscopriranno un nuovo civismo, nuove pratiche democratiche e partecipative, se si passerà dall’”io” al “noi”.

Il bio che non trema, Senigallia. Gennaio 2017

Il lavoro più prezioso dovrà farlo chi ha scelto di vivere sull’Appennino, trascinando chi sta già lì per nascita, promuovendo una diversa coscienza di attenzione e valorizzazione del territorio, capace di superare i difetti, qualche cattiva abitudine incrostata, localismi e particolarismi di caseggiato, la saccoccia come fine ultimo ed esclusivo di ogni iniziativa e attività. La sfida è riuscire a coltivare e far crescere una nuova idea di comunità e di appartenenza, che tenga conto del valore dell’identità e delle radici storicizzate, ma che definiscano anche nuove e plurali identità, frutto di contaminazioni.
E il terremoto in tutto questo? Ah già, il terremoto. Un terremoto, tanto più di larga scala territoriale e con effetti devastanti come quelli generatisi dal 24 agosto 2016 in avanti, non sconquassa solo elementi geomorfologici e urbanistici, ma ribalta anche dinamiche umane, sociali, culturali e politiche consolidate, rimescolando molte carte e tutto questo sia nel bene che nel male. Guardando in particolare al territorio del cosiddetto cratere marchigiano, per mia conoscenza diretta, molti aspetti immateriali non sono già più come prima. Così come è impensabile “il com’era, dov’era” e solamente dei millantatori possono affermarlo.

Da una parte si potrebbe affermare che la grande solidarietà privata, fatta di donazioni e di volontariato, che è stata riversata sulle comunità, la formazione di istanze che hanno aggregato cittadini, imprenditori, associazioni e movimenti che – partendo dalla emergenza di informazione e condivisione per quanti sono stati colpiti dal sisma – hanno rimesso in campo pratiche partecipative e democratiche che la politica tradizionale aveva dismesso da tempo. E una nuova stagione di fratellanza, tra quanti della stessa comunità si sono trovati a vivere in condizioni di enorme disagio e precarietà, lascerebbe ben sperare sulla possibilità che la strategia dell’abbandono possa non avere la meglio.

Tuttavia c’è sempre un ma. Anzi diversi ma, in questo caso. A porli, tanto per cominciare, una goffaggine senza precedenti nel dare risposte ai cittadini e ai territori colpiti da parte della filiera istituzionale. Dunque i ritardi di ogni tipo verso le persone, gli animali e le cose, dopo oltre 12 mesi dal primo terremoto, mentre le risposte immediate conseguenti alla fase dell’emergenza si sono risolte l’evacuazione totale di interi centri che vede ancor oggi migliaia di persone delocalizzate sulla costa o comunque lontane dai propri paesi, senza contare le macerie che hanno assunto ormai avanguardistiche fisionomie monumentali.

Per non parlare del tutti contro tutti per ottenere qualcosa in più del vicino da parte di non pochi amministratori locali, dello scaricabarile tra livelli istituzionali. O ancora la zizzania seminata ad arte da parte di alcuni sindaci tra i propri cittadini, mettendo l’uno contro l’altro (spesso in base al criterio del “tu mi hai votato ti favorisco, tu non mi hai votato, per ora aspetti”). Ecco tutto questo ha determinato un depauperamento della consapevolezza del proprio genius loci già di per sé traballante. E fosse finita qui. C’è pure, complice il conto alla rovescia verso il voto per le politiche del 2018, lo sciacallaggio politico a fini elettorali che viene continuamente fatto da parte di alcuni partiti sulla pelle e la vita delle persone. Tutti elementi che favoriscono un rigurgito, dopo mesi di condizioni di vita in “cattività”, dell’italica furbizia o scaltrezza, fatta dal potersi fregare a vicenda, anche con il confinante di casa. Mentre, e questo è evidente, non solo non c’è un avvio minimo di ricostruzione, ma soprattutto è palese la totale mancanza di una visione della ricostruzione di questi territori.

Le situazioni da raccontare, e da annoverare in una parafrasi possibile di uno sferzante aforisma di Ennio Flaiano ovvero “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria”, sarebbero centinaia. Tali premesse non possono che portare a una immediata conclusione sugli esiti della vicenda: la partita è segnata e la strategia dell’abbandono, per cause dolose e colpose, trionferà. Secondo alcune stime, d’altra parte, il 20 per cento di quanti sono stati costretti a lasciare il proprio paese, ha già deciso di non tornare riorganizzandosi la vita altrove. Allora che fare, per rimanere in tema di linguaggio calcistico, arrendersi alla goleada, ritirare la squadra addirittura dal campionato? Io non ho ricette, come molti altri vivo questa esperienza in “un giorno per giorno”, fatta di ascolto diretto, di informazioni raccolte, di confronto con soggettività che possono rappresentare una visione nuova e sperimentale di politica e democrazia.

Mi convince una cosa però, che ho ascoltato più volte e da persone con storie e visioni ideali diverse tra loro. “Kon ovla so mutavia kon ovla, ovla kon ascovi” (“chi sarà a raccontare chi sarà, sarà chi rimane”), recitano i versi di una canzone rom ripresa da Fabrizio De Andrè. “Sarebbe necessario un ’68 dell’Appennino” sostiene Franco Arminio. Tanto più necessario per l’Appennino marchigiano che, ancor prima della sequenza di terremoti del 2016/2017, è stato spolpato fino all’osso da anni di politiche sbagliate e da un industrialismo e un modello di sviluppo che ha vandalizzato i territori (altro che Marche del “capitalismo dolce”, come sostiene un sociologo molto in auge da queste parti). Un ’68 dell’Appennino che veda protagonisti, agitatori, sobillatori, quelli che non se ne sono andati, quanti torneranno e quelli che, sebbene non siano nati qui, potrebbero arrivare.
Una rifondazione civile, sociale economica ed etica di questa parte del Paese – parlo delle quattro regioni del cosiddetto terremoto del Centro Italia – in cui vivono oltre venti milioni di persone, di cui tre milioni nel solo cratere sismico (almeno fino al 24 agosto 2016). Il terremoto, seppur nella sua catastrofica e tragica natura, può segnare, paradossalmente e provocatoriamente, una ripartenza. Dopo che tutto è stato rimescolato e niente è, né potrà essere, come prima. Non è un traguardo di breve tempo, questo è certo. Si tratta, piuttosto, di intraprendere una nuova “lunga marcia”. Sull’Appennino e per l’Appennino. Quanto a me rubando ancora le parole di quella canzone, a proposito si chiama Khorakhané (A forza di essere vento), ho già deciso: “Me gava palan ladi, me gava palan bura ot croiuti”. Vuol dire: “Io seguirò questo migrare, seguirò questa corrente di ali”. Sull’Appennino e per l’Appennino.

Norcia. Ottobre 2017


I bei tempi non ci sono mai stati. Per una nuova (narr)azione sul terremoto.



Le scosse che hanno fatto tremare la terra nei nostri comuni hanno inevitabilmente portato con loro nel corso di questi 13 mesi una lunga scia di aneddoti, drammi, carenze, colpe, racconti. Fatti singoli su cui occorre fare informazione e denuncia, ma come sempre più spesso accade tutto questo si trasforma in un elenco della spesa o in indignazioni che durano il tempo di una bestemmia. Nulla si sedimenta, tutto passa e diventa frustrazione e stanchezza, voglia di mollare e dimenticare. Una sorta di “burocrazia della memoria” imbriglia la mente impedendoci di andare avanti senza farci distinguere le differenze tra i compagni di viaggio e chi ci ostacola. Vogliamo quindi provare ad affrontare la questione nel suo complesso, cercando di guardare la situazione dall’alto ma con i piedi ben piantati a terra.

Occorre cominciare da una visione lucida della realtà, della storia e della “civiltà” di questo territorio:
la compattezza geografica […] delle Marche, non è accompagnata da un’eguale compattezza nella storia della regione. […] Naturalmente, occorre intendere questa mancanza di compattezza e di uniformità non nel senso estremo di differenziazione di “civiltà”, ma nel senso proprio dell’espressione, cioè di mancanza per secoli di una storia veramente comune, di fini ed ideali comuni, della necessità e della consapevolezza di una comune tensione verso mete comuni […]. Se si comprende questo, si potrà comprendere anche lo spirito della sua gente, ancora tenacemente attaccata al suo gonfalone municipale, gelosa delle sue tradizioni e delle sue memorie, testardamente abituata a far da sé, individualista (anche troppo), chiusa nell’ambito della piccola comunità familiare e delle comunità locali, sospettosa verso le novità.*
Infatti una delle risposte più pericolose che possiamo dare a quanto sta succedendo nel nostro territorio a partire dal 24 agosto 2016 è quella che passa attraverso la mitizzazione di un passato che non è mai esistito. Attraverso la creazione di mitologie comunitarie facili e rassicuranti che non ci aiutano ad uscire dallo stallo in cui ci hanno imprigionato e dal quale potremo uscire solo con un’idea di futuro che interroghi quanto è stato cogliendone tutte le criticità. Questo passo spetta a noi, uno scarto mentale che dobbiamo compiere dai nostri paesi puntellati, crollati, “lamati”.

Uno dei racconti che riempiono molto spesso gli articoli di approfondimento degli esperti del territorio dell’ultimo minuto è quello che ci parla di primordiali comunità armoniose, unite, costituite da rapporti saldi e basate sul mutuo aiuto. Sappiamo che non è così, o almeno sappiamo che questo è un racconto parziale che non coglie la complessità dei piccoli borghi in cui, se vieni da 10 km di distanza, sei “quello di fuori”. Ricostruire un passato falso non rende tra l’altro giustizia alla ricchezza straordinaria dei nostri territori, anzi forse è il caso di partire proprio dai “nostri territori”. In questi mesi abbiamo abitato alternativamente nel Centro Italia, nel Cratere, al confine tra MarcheUmbriaLazioeAbruzzo, nelle Regioni Centrali. Tutte indicazioni geografiche indistinte vuote, che danno un’idea vaga della zona colpita e in cui si mette insieme tutto e niente. L’effetto è quello che si ha quando aprendo la dispensa e trovando tanti piccoli rimasugli si fa cuocere una pasta con formati e tempi di cottura diversi. Il risultato (pessimo) è quello di avere contemporaneamente un piatto di pasta inguardabile e immangiabile che è allo stesso tempo scotto e troppo al dente con spaghetti intrecciati a fusilli e farfalle triturate. A partire dai luoghi e dalla loro geografia è forse il tempo di ri-contestualizzare e ripensare le categorie con cui abbiamo provato ad analizzare le tante storie diverse che compongono la nostra movimentata storia collettiva. Una di queste, probabilmente “la” categoria abusata per eccellenza è quella dei terremotati. 

Quando parliamo di un terremotato ricordiamoci sempre che, tecnicamente, stiamo indicando genericamente una persona che è stata colpita o ha subito danni dal terremoto. Ma come nel cosiddetto cratere troviamo contemporaneamente paesi appena sfiorati e paesi distrutti, nella categoria dei terremotati troviamo di tutto. Morti, feriti, sfollati, proprietari di seconde case, ricchi, poveri, stronzi, delatori, volontari, migranti, pastori, imprenditori, scrittori, speculatori, rifugisti, pessimisti, ottimisti, anziani, neonati e potremmo continuare all’infinito. Gli effetti del terremoto su queste persone sono stati gli stessi? Tutti hanno reagito o hanno avuto la possibilità di reagire allo stesso modo? Hanno tutti la stessa idea di futuro e di sviluppo del loro paese e della loro regione? Ecco che vista così la categoria del terremotato inizia ad apparire per quello che è: conflittuale e multiforme. Le storie di chi è stato colpito dal terremoto diventano immediatamente più articolate. Le differenze e le similitudini tra le persone non sono più determinate solo dal vivere ad Amatrice o a San Severino, ma soprattutto dall’avere o no la possibilità di ricostruire un futuro, materialmente e non solo, a seguito di quanto accaduto. Il vero confine è quello tra l’alto e il basso, tra chi decide e chi subisce le decisioni, tra chi è costretto ad arrangiarsi e chi può permettersi di scegliere, tra chi ha possibilità economiche e chi non le ha.

A ben vedere quindi la situazione dei “terremotati” non è molto diversa da quella che ritroviamo nel resto della società. Le scosse hanno solo fatto emergere tutte insieme le contraddizioni e le problematiche di un modello di sviluppo predatorio e discriminante che alimenta i privilegi di pochi e impoverisce le relazioni umane. Se noi per primi non riusciremo a cogliere questo elemento, se noi per primi non riusciremo a capire che “le Peppine” dei vari paesi hanno molto più in comune con i rifugiati sgomberati a Roma questa estate che con chiunque altro, non andremo lontano. Partendo da qui dobbiamo essere in grado di distinguere gli amici dai nemici, chi aiuta da chi specula, i lupi dagli sciacalli (che sono tra i pochissimi animali che proprio non vogliamo inserire sui Sibillini). Non sempre sarà facile, perché il tentativo in atto dai fautori della strategia dell’abbandono è quello di spaccare ulteriormente le comunità mettendo contro chi si trova nella stessa situazione di difficoltà.

A proposito della strategia dell’abbandono: non dobbiamo certo immaginarci un uomo malvagio, solo al potere, che dietro alla scrivania progetta lo spopolamento delle zone montane. La costruzione del “nemico perfetto” porterebbe agli stessi errori commessi nelle costruzioni dei miti con cui abbiamo aperto questo ragionamento. La situazione è ben più complessa, ma allo stesso tempo le responsabilità ci sono e sono facilmente identificabili a livello locale e nazionale, sia in ambito politico che economico. Su questo va sottolineata l'inadeguatezza dell’apparato statale ridotto oramai quasi esclusivamente a strumento repressivo a servizio dei grandi interessi economici. Il privato che prende il sopravvento sul pubblico, sempre con direzione dall’alto verso il basso. Il privato che solo apparentemente sopperisce alle mancanze del pubblico mentre invece erode progressivamente potere gestionale e decisionale. Basti pensare a come le scuole ricostruite siano solo quelle finanziate da donazioni private mentre, quando si parla dello Stato, sulla consegna delle SAE i ritardi stanno assumendo dimensioni grottesche.
Se vogliamo scendere nei casi specifici, è lampante la differenza tra la facilità con cui si è potuta realizzare una fabbrica ad Arquata del Tronto e gli ostacoli per un qualsiasi altro intervento in autonomia sulle abitazioni. Per non parlare del celebre “Deltaplano di Castelluccio”, la struttura (ma potremmo anche chiamarlo centro commerciale) che dovrebbe sorgere con vista sul Pian Grande, intervento presentato come salvifico e “provvidenziale” che arriva a livello progettuale dopo un anno di immobilismo totale. Neanche Berrettaccia, che pur raccontò la Battaglia di Pian Perduto, saprebbe raccontare un tale scempio.
Non dobbiamo cedere al ricatto finendo per dichiarare che “occorre meno Stato perché non fa, meglio il  privato che fa in fretta”. Un intervento pubblico rapido ed efficace va preteso perché è nostro diritto, per questo tutte le storie singole e le dinamiche di autogestione e auto-organizzazione vanno inserite in un meccanismo vertenziale e non prettamente volto alla sopravvivenza. 

Come dicevamo, “i bei tempi non ci sono mai stati”. E' bene ricordare anche che il nostro territorio è sotto attacco della speculazione e della devastazione territoriale da ben prima del sisma. La pedemontana di Matelica, l’inceneritore di Selvalagli, il gasdotto che dovrebbe attraversare l’Appennino (passando sotto i paesi distrutti), le trivellazioni in mare e potremmo continuare ancora, sono solo alcuni dei progetti che esistono da molto prima del 24 agosto 2016. Un iperattivismo sul fronte delle grandi opere che da decenni si accompagna ad un calo dei servizi base sul fronte sanitario, dei trasporti, ecc. Che futuro ci aspetta, anche quando (quando?) tutte le SAE saranno pronte e le macerie rimosse, se non saranno attivati nuovi servizi per la popolazione? Se un nuovo welfare non sarà garantito? Sono domande alle quali sarebbe bene rispondere fin d’ora.

Questo è il quadro, dipingerne un altro significherebbe portarci in giro.
Sarà dura certo mutarlo, ma anche in passato siamo riusciti a districarci in situazioni difficili che credevamo perse. Non partiamo da zero perché quanto successo ha anche portato alla nascita di relazioni e di dinamiche nuove che non sarebbero mai esistite altrimenti.
Sarà dura, ma nulla è perduto, e non perché le popolazioni dell’Appennino sono forgiate nella pietra o dai sacrifici (altro racconto consolatorio e auto incensante che non ci aiuta, anche nei casi in cui è veritiero), ma perché abbiamo tutti gli strumenti e le capacità per ricostruire un futuro.
Bisognerà reinventare le comunità sulla base di nuovi paradigmi, bisognerà imparare a reagire facendolo collettivamente a scapito dei piccoli interessi personali, senza mai dimenticare quello che è successo, chi ci ha seguito lungo la strada e chi quella strada ha cercato di sbarrarcela o ci ha fornito indicazioni sbagliate.
Arriverà il freddo e la neve, non tutte le SAE saranno pronte, pioverà nei container e ci saranno ancora macerie nei paesi, nessuno parlerà più della nostra situazione se non per i tristi anniversari, qualcuno non tornerà ed altri se ne andranno, cambieranno sindaci e governi.
Dalle vallate vedremo sempre svettare la Priora. e il Vettore degradare bruscamente a sud. Toccherà a noi saper Tornare, Resistere, Ricostruire.

*Dante Cecchi - Macerata e il suo territorio, il paese - Pubblicazione della Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata, 1978 (pp. 20, 26).

24 agosto 2017


Ci siamo quasi, fra qualche ora sarà passato un anno da quella maledetta notte del 24 agosto 2016.

In queste ore, complice la ricorrenza, si è tornato a parlare con assiduità del terremoto. Per quanto ci riguarda questo è il momento per stringersi intorno a chi ha perso casa ed affetti, senza dimenticare come sono passati questi 12 mesi, cosa non è stato fatto e cosa è stato fatto male. Perché il 24 agosto non sia l'ennesima sterile e retorica giornata commemorativa ma oggetto di memoria viva da utilizzare da qui in avanti.

"[...] nel gioco della memoria devi scrutare il futuro per interrogare il passato, si punta sull’avvenire per capire l’avvenuto. Abbiamo sempre l’impressione che sia il contrario, che dal passato s’impari e che senza quello, senza memoria, non ci sia futuro, ma è piuttosto vero il contrario: chi non ha un’idea del futuro non sa porre domande al passato, e senza una domanda, i ricordi restano coperti e muoiono."

(WM4 - Chi non ha futuro, non ha memoria. Grande Guerra, intruppamento dei ricordi e diserzioni necessarie)"

Deltaplani e memoria a Castelluccio


Nel corso del Festival appena concluso è più volte emersa durante i dibattiti come nelle chiacchierate a margine degli eventi la questione della nuova struttura che dovrebbe sorgere a Castelluccio per accogliere i commercianti del luogo, vogliamo provare a sottolineare 3 punti che per noi sono piuttosto centrali:

- Se chi sta spingendo con tanta foga la costruzione di questa struttura avesse lavorato con la stessa premura nella sistemazione delle strade o nella rimozione delle macerie, avesse comunicato che a Castelluccio nonostante tutto e tutti ci sono 2 strutture ancora aperte (si, non ve l'aveva detto nessuno vero?) probabilmente staremmo parlando di un'altra storia.

- Possiamo comprendere gli esercenti di Castelluccio che sono d'accordo con "il deltaplano", stremati dopo 11 mesi di immobilismo totale si aggrappano alla soluzione che rimane almeno apparentemente più concreta e rapida al momento. Ma chi analizza la situazione da "esterno" (per quanto si possa usare questo termine quando si parla di un luogo patrimonio dell'umanità e non solo di chi vi abita/lavora) deve giocoforza fare lo sforzo di rifiutare questa logica perennemente emergenziale per cui qualunque soluzione va accettata perchè "oramai...". Questa operazione fa venire in mente le dinamiche proprie del colonialismo: prima si acquisisce un porto commerciale, poi una porzione un po' più grande, poi si fa una ferrovia verso l'interno - per portare civiltà alle popolazioni degli altipiani - poi si mette il filo spinato, poi ci vogliono 150 anni per toglierlo. Una volta realizzata l'opera, l'occhio si abitua e le popolazioni pure, e a quel punto sarà più facile ampliarla e realizzarne altre simili invece che rimuoverla, perché "ormai ce sta", come spesso si dice. Il punto è proprio questo, dietro quel “ormai” si cela un mondo. Se accettiamo questa logica saremo sempre ricattati e ricattabili, costretti ad accettare soluzioni al ribasso per sopravvivere. Sarà così per le casette, per la ricostruzione per le infrastrutture e tutto il resto. Dobbiamo pretendere la soluzione migliore, non una soluzione qualsiasi "solamente" perché fino ad ora non si è fatto niente.

- Chi ha vissuto Castelluccio con continuità e non solamente attraverso le foto della celebre fioritura sa benissimo che il borgo era trattato malissimo dalle istituzioni ben prima dell'arrivo del sisma. D'inverno salendo dal valico di Forca di Gualdo la strada veniva pulita sistematicamente solo a Pian Perduto fino al cartello che indicava la fine della Provincia di Macerata, la parte umbra fino al paese rimaneva quasi perennemente innevata. La fioritura... l'enorme afflusso di persone veniva gestito in maniera pessima e la piana nel fine settimana diventava (veramente) il parcheggio enorme di un centro commerciale. Con colpe gravi sia da parte dei fruitori, molti dei quali sono gli stessi che ora si ergono a difensori di Castelluccio ma fino allo scorso anno parcheggiavano in doppia fila sul pian grande, sia da parte delle istituzioni che non volevano o avevano la capacità di gestire la situazione.

Quindi per cortesia basta con l'ipocrisia della difesa postuma, evitiamo di parlare dei problemi solo sulla base del qui e ora, riprendiamo la memoria e pretendiamo prospettive che vadano oltre la punta del nostro naso.

Il deltaplano non è una soluzione, è un ricatto. E come tale va trattato.

Come avere una pista ciclabile e vivere felici


In questi giorni sta facendo molto rumore la proposta della Regione Marche di utilizzare circa un terzo (5 milioni e 450 mila euro) dei fondi ricevuti dagli sms solidali per la costruzione di una pista ciclabile in provincia di Macerata tra l’Abbadia di Fiastra e Sarnano. Sono nate immediatamente petizioni on-line per chiedere di ritirare la proposta e anche noi come rete Terre in Moto abbiamo espresso al nostra contrarietà in merito al progetto attraverso i microfoni di Radio Tre.

Ma perché siamo contrari? Siamo contro le piste ciclabili? Naturalmente no; anzi questo è uno (non il principale) dei motivi per cui non vogliamo che i soldi donati attraverso gli sms solidali vengano destinati a questa opera. Noi siamo fermamente convinti che le pista ciclabile sia uno strumento utile ad incentivare un turismo sostenibile ma crediamo che non debbano essere questi i fondi da utilizzare per finanziare un’opera del genere. Attraverso questa operazione goffa si rischia di far diventare un progetto di per se potenzialmente lungimirante come il più odiato della regione. La pista ciclabile diventerà “il male”, anche comprensibilmente considerando come verrà finanziata. Quindi il danno sarà doppio.

Non è la prima volta che in Italia viene lanciata una raccolta di fondi attraverso i cosiddetti “sms solidali”, sia per il terremoto dell’Emilia che per quello abruzzese vennero raccolti diversi milioni di euro. Nel primo caso vennero utilizzati per la ricostruzione di edifici pubblici, strutture scolastiche e socio assistenziali, nel secondo caso per attivare progetti di microcredito.

Le domande che ci poniamo sono: ma perché il progetto della pista ciclabile deve essere finanziato con quei fondi? Vanno necessariamente utilizzati i due euro donati da chi, guardando le strazianti immagini televisive di Arquata del Tronto, Visso o Ussita, ha deciso (anche simbolicamente) di contribuire di tasca propria alla ricostruzione? Considerando che l’idea ha già qualche anno, ed è meritoria, non potrebbe essere finanziata in altro modo? La Regione Marche non ritiene che, anche solo a livello simbolico, sia una pessima idea? Quei 5 milioni e mezzo circa di euro non potevano provenire da qualche altra parte?

Quest’ultima domanda merita forse qualche ragionamento in più. Si perché il nostro è un paese strano, i soldi non ci sono mai per le cose veramente importanti ma spuntano sempre quando si tratta di finanziare “altro”. Messa in sicurezza del territorio: no! Rifacimento delle strade danneggiate: no! Sistemazione delle falde acquifere e degli acquedotti: no! Sostegno al reddito: no! Case per i terremotati: …!

Ma c’è qualcosa nel nostro paese per cui i soldi non mancano mai: le “grandi opere”, quelle con molti zeri che hanno una data di inizio ma quasi mai una data di fine. Quelle che hanno un costo iniziale che non è mai quello finale. Quelle che devastano un territorio e non si sa a cosa servono. Quelle che se sei un vignaiolo e per fare la grande opera ti abbattono la vigna lo fanno sempre “in nome del progresso”. Quelle che se ti permetti di protestate sei il solito retrogrado. E così la storia è sempre la stessa: una casetta di legno costruita in autonomia per tornare nel tuo paese è un abuso edilizio, un’opera che squarcia montagne e abbatte querce secolari è progresso. Le SAE hanno un iter burocratico infinito, se invece devi fare una strada inutile il decreto Sblocca Italia di renziana memoria ti consente ti saltare qualsiasi vincolo o parere.

Anche la nostra regione, come quasi tutte purtroppo, ha le sue opere niente male. Una di queste è la Pedemontana Fabriano-Sfercia. Non ne avevate mai sentito parlare? Una delle caratteristiche delle grandi opere di cui ci eravamo dimenticati è che se ne parla pochissimo e solo dopo che si è già deciso tutto. Dicevamo… Questa strada a 4 corsie che se realizzata devasterà tutta la fascia pedemontana (appunto) tra il fabrianese e i Sibillini è un progetto vecchissimo ma che è stato ripescato proprio in piena emergenza terremoto perché, come afferma il governatore Ceriscioli, “La ricostruzione passa soprattutto attraverso le infrastrutture”. Si è già costituito un comitato contro questo mostro e ci auguriamo che anche grazie a loro tutta la popolazione si renda sempre più conto che non sono queste le opere che servono al nostro territorio. Questa strada, che sarà realizzata dalla società Quadrilatero (si, sempre lei), avrà un costo superiore ai 200 milioni di euro e da qui nasce la nostra idea. Un’idea che senza esagerazione definiamo geniale!
Un’idea che permetterà alla Regione Marche di realizzare la pista ciclabile, a noi di pedalarci sopra e soprattutto di poter utilizzare i fondi degli sms solidali per ciò a cui erano destinati.

L’idea è questa ed è composta da 3 azioni distinte che elencheremo per punti al fine di agevolarne la lettura da parte della Regione Marche:
1 - non viene realizzata la Pedemontana perché inutile e dannosa risparmiando più di 200 milioni di euro;
2 - i 5 milioni di euro si prendono dai 200 milioni di euro risparmiati attraverso l’operazione precedente;
3 - i restanti 195 milioni di euro circa ulteriormente risparmiati si destinano con urgenza ad interventi per la messa in sicurezza del territorio e contro il dissesto idro-geologico.

Questa è una strategia facile ed immediata “per avere la pista ciclabile e vivere felici”. Nel reale rispetto dell’ambiente e di chi vi abita. E se per caso la risposta della Regione dovesse essere che siamo degli ingenui perchè i soldi per la Pedemontana fanno parte di altri fondi e/o che non possono essere destinati ad altro… Beh, fate come avete fatto per i soldi donati con gli sms no?

Terre in Moto Marche

STORIE DAI BORGHI: SE NE SONO ANDATI, PER LA TERZA VOLTA


Sul blog di Loredana Lipperini il post originale

Se ne sono andati, infine, e che altro dovevano fare? Portati via, sulle coste, contro la loro volontà, e sulle coste lasciati mentre nulla veniva fatto per dare loro una sistemazione anche provvisoria, per non parlare della ricostruzione che è molto al di là da venire. Parcheggiati fino all'inizio della stagione estiva, che implacabilmente giunge, e dovrebbero saperlo anche alla Regione Marche che dopo l'inverno arriva la primavera, e poi l'estate. Infine, il contratto con le strutture è scaduto e ciao, via, "peggio del terremoto", hanno detto, ma a chi importa?

A pochi. Scrive oggi Terre in Moto Marche:
"L'ennesimo capitolo, l'ultimo a quanto pare, di una situazione paradossale che si è protratta per mesi.
Le persone, perché questo sono prima che sfollati o terremotati, sono state prese per sfinimento e alla fine hanno ceduto al trasferimento nelle altre strutture.
Ma chiaramente quanto è accaduto non va dimenticato, perché ci racconta dell'assurdità della gestione degli sfollati da parte dell'assessorato al turismo (?), dei contratti in scadenza al 31 maggio, dei continui spostamenti e nel complesso di una generale incertezza in cui le persone si sono trovate per settimane se non per mesi. Un fatto che oltre che "materiale" è fortemente simbolico anche rispetto ad altri ambiti toccati dal sisma".

Come siano andate le cose si legge qui:
"Alcuni sono già partiti ieri, altri sono pronti ad andare: "Hai preso tutto?" dice un uomo a sua moglie. I due salutano gli altri e si allontanano. È tanta la commozione mista a un senso di abbandono: "Mia madre ha 95 anni - dice la signora Silvana - ed è sfollata insieme alla sua badante. Non è possibile che, alla sua età, debba sopportare questi continui spostamenti". "Siamo stanchi di parlare e di non ottenere nulla" aggiunge una signora di Visso palesemente provata e arrabbiata perché, dopo un iniziale interesse "alla fine ci hanno dimenticati". Le polemiche degli ospiti non sono rivolti alla struttura, ma al modo in cui è stata gestita la situazione di emergenza post sisma "perché - dicono - l'emergenza non è ancora finita. Noi siamo ancora senza case".

Occhi lucidi e disperazione per chi in questi mesi ha condiviso il dolore, la speranza, le proteste. "Siamo stati una comunità, sono nate delle forti amicizie non solo tra i più piccoli, ma tra noi adulti" dice Donatella di Visso sfollata insieme alla sua famiglia, un figlio di 8 anni e l'anziana madre Rita che racconta: "Mi viene da piangere se penso ai bambini che crescendo ricorderanno quello che hanno dovuto vivere. Non facciamo in tempo a disfare i fagotti che dobbiamo ripartire".

Gli anziani presenti sono davvero tanti, per questo la maggior parte ha preso degli alloggi con i Cas (Contributo per autonoma sistemazione). La Protezione civile, infatti, ha proposto altre strutture ricettive lungo tutta la costa marchigiana, da Senigallia a San Benedetto del Tronto, ma alcuni temono di non riuscire ad ottenere ambienti idonei alle loro esigenze."

Che alternative avevano? Nessuna. Qualcuno resta fino al 10 o 15 o 18 giugno giugno, perché i figli vanno a scuola, e peraltro non si sa chi pagherà i giorni in più, se la Regione o la struttura. Tanto, per la Regione il trasferimento è "volontario". Certo. Come quello che dalla montagna ha portato al mare, quando l'autunno era appena iniziato. Volontario. Certo.

Lunga Marcia nelle Terre del Sisma



28 giugno – 8 luglio da Fabriano a L'Aquila | VI edizione

La Lunga Marcia nelle Terre del Sisma è un trekking solidale che partirà da Fabriano il 28 giugno per arrivare a L’Aquila l’8 luglio. Un cammino che attraverserà i territori duramente colpiti dagli eventi sismici degli ultimi mesi. La Marcia di solidarietà, organizzata da Movimento Tellurico, APE Roma e FederTrek, in collaborazione con la Regione Lazio, ha ottenuto il patrocinio di numerosi Enti, tra cui: Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Corso di Laurea in Scienze del Turismo dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Comune dell’Aquila, Comune di Fabriano, Comune di Camerino, Comune di Matelica, Comune di Fiastra e può contare anche sull‘adesione di numerose associazioni di carattere nazionale e delle zone colpite dal sisma.

Il cammino, lungo oltre 200 chilometri, si snoderà attraverso i sentieri e itinerari escursionistici del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, mettendo in risalto territori ad alta valenza naturalistica.

La Lunga Marcia attraverserà le 4 regioni ferite dal sisma con l’obiettivo di incontrare e dar voce ai protagonisti della ricostruzione, ai progetti e all’impegno di chi si sforza per resistere e ricostruire una nuova prospettiva di vita.

Camminare in questi territori significherà calarsi in uno scenario di "Terre-Mutate", nel quale amministrazioni, associazioni e cittadini stanno lavorando per ricostruire il proprio futuro. É proprio a loro che vogliamo esprimere la nostra solidarietà. Lo faremo unendo idealmente, con una lunga sequenza di passi, le zone colpite dagli ultimi eventi sismici con L’Aquila, ora impegnata in una lunga e complessa ricostruzione del proprio tessuto sociale. 

Una volta arrivata a L’Aquila, la Lunga Marcia sarà ospite del Festival della Partecipazione, che si terrà nel Capoluogo abruzzese da 6 al 9 luglio. Si tratta di un evento promosso da “Italia, Sveglia!”, organizzazione nata grazie all'alleanza di tre organizzazioni - ActionAid, Cittadinanzattiva, Slow Food Italia - e che collabora attivamente con il Comune dell'Aquila. “Italia, Sveglia!” è nata con lo specifico scopo di contribuire alla trasformazione del Paese attraverso un ruolo attivo dei cittadini, la cui partecipazione ai processi decisionali è premessa imprescindibile per la tutela dei loro diritti e il soddisfacimento dei loro bisogni. 


Programma dell’iniziativa:
28 Giugno Fabriano – Esanatoglia/Matelica 
29 Giugno Esanatoglia/Matelica – Camerino
30 Giugno Camerino - Fiastra
1 Luglio Fiastra – Ussita-Visso
2 Luglio Visso – Norcia 
3 Luglio Norcia - Castelluccio 
4 Luglio Castelluccio - Accumoli 
5 Luglio Accumoli - Amatrice 
6 Luglio Amatrice – Campotosto 
7 Luglio Campotosto – Collebrincioni
8 Luglio Collebrincioni – L’Aquila


Per maggiori informazioni e iscrizioni visitare il sito: www.lungamarciaperlaquila.it


Un ringraziamento speciale va alle associazioni che aderiscono al comitato promotore della Lunga Marcia 2017:

ActionAid, Associazione Italiana Turismo Responsabile, Archeoclub L’Aquila, Bibliobus L’Aquila, Brigate di Solidarietà Attiva, Circolo Arci di Collebrincioni, Circolo Arci Querencia, Circolo Naturalistico Novese, Cittadinanza Attiva, Cooperaction, Iononcrollo, Italia Nostra Sezione L’Aquila, Kindustria, La Compagnia dei Cammini, La Fonte della Tessitura – Campotosto, Laga Insieme, Legambiente, Locanda Mausonium, Movimento Lento, Quinta Giusta, RicostruiAMO Fiastra, RRTrek – Rifugio Roma, Panta Rei L’Aquila, Sibillini Lab, Tutti Agibili per un giorno, Tenuta Scolastici, Terre in Moto, Un Aiuto concreto per Castelsantangelo sul Nera, UssitAttiva, Villanova di Accumuli Onlus, We Are Norcia.

STORIE DI BORGHI - Collettiva fotografica di Terre in Moto Marche

Michele Massetani

Fin dalle prime scosse di agosto tutti noi abbiamo sentito l'esigenza di documentare anche fotograficamente quello che stava accadendo al nostro territorio e alle nostre vite. Il lavoro individuale di alcuni fotografi della rete ha dato origine alla mostra fotografica collettiva Storie di borghi.

Questo progetto, grazie al lavoro meraviglioso che la giornalista Loredana Lipperini sta facendo con il suo blog, vuole costruire una memoria fotografica condivisa che ci accompagni verso la rinascita dei nostri amati paesi montani.

Giulia Falistocco

Ecco la scheda di presentazione della mostra.

Il territorio marchigiano è un territorio plurale, ricchissimo di storie e di narrazioni. Anche il terremoto che ha colpito la nostra regione non fa eccezione. Per questo abbiamo deciso di intraprendere un racconto fotografico che tenti in qualche modo di narrare questo evento che ha scosso profondamente la nostra terra affidandoci a diversi fotografi e seguendo come filo conduttore le Storie dai borghi della giornalista Loredana Lipperini. In questo modo vogliamo costruire una narrazione che inizi dalle scosse di agosto e di ottobre raccontando i problemi, le mancanze istituzionali, i piccoli drammi quotidiani, ma che non si fermi a questo e che ci narri anche la tenacia, la voglia di ricominciare, le storie di rinascita che sono nate e che nasceranno come reazione al terremoto.

Perché se è vero che qualcuno sta perseguendo più o meno consapevolmente la cosiddetta “strategia dell’abbandono”, è altrettanto vero che gli abitanti di questa terra bellissima sono così testardi che non cederanno allo sconforto e alla rassegnazione e torneranno un giorno a popolare i nostri piccoli borghi montani dai quali oggi sono dovuti fuggire.

E ci torneremo assolutamente in questi borghi, anche se naturalmente saranno trasformati e sfigurati dal terremoto, torneremo per assaporare i profumi delle stagioni, per conoscere le persone, per avere un contatto diretto con i produttori locali. Il Popolo dei Sibillini è composto da gente dedita al lavoro, silenziosa, disponibile ed estremamente gentile. La nostra terra è ricca di miti e leggende, saperi e tradizioni antiche che si tramandano di generazione in generazione. Fino a poco tempo fa regolavano la vita delle comunità le antiche "Comunanze Agrarie". Un principio fondamentale era: "Il godimento della comune proprietà è subordinato al lavoro proprio ed è in proporzione ai bisogni della famiglia". Difficile determinarne l'origine storica, che per molti secoli ha resistito al variare di domini ecclesiastici, ordinamenti politici e sociali, di costumi e dottrine diverse. Questo significa che queste popolazioni fin dalle epoche più antiche, fino alla fine al tardo '800, sono vissute amministrandosi senza un padrone, perché tutti erano proprietari, senza che né i romani prima, né lo Stato Pontificio poi, avessero potuto modificare la situazione.

In questa terra di Marca gli archetipi, come per magia, s’incrociano e si fondono. Forse è proprio merito dei nostri monti di Mezzo d’Appennino, sotto i quali, evidentemente, si nascondono dei draghi irrequieti. E così accanto alle fate della Sibilla, sopra ai draghi, in Umbria, in Abruzzo, nelle Marche, la gente attaccata all’Appennino assomiglia tanto al popolo degli Hobbit, creati dal Professore J.R.R. Tolkien. Siamo tranquilli, ci piace la campagna ordinata, mangiare, bere, fumare e ballare. Non vorremmo affrontare l’avventura e il vasto mondo. Ma se qualcuno, o qualcosa, disturba la nostra quiete e ci vuol allontanare dalle nostre montagne, siamo pronti a metterci in gioco.

Foto di Giulia FalistoccoMarco Gentili e Michele MassetaniCuratore Francesco Spè.


Marco Gentili

Terremoto emergenza (in)finita? - Incontro con Cesare Spuri



Ad otto mesi dalle prime scosse e con molte questioni tuttora irrisolte, un incontro pubblico per dare la possibilità alla cittadinanza di porre domande su questioni specifiche al direttore dell'ufficio speciale per la ricostruzione.

Per informazioni sulla partecipazione: terreinmotomarche@gmail.com



Amandola e le Terre in moto

Di Marco Gentili - 13/03/2017. L'articolo con tutte le foto lo trovate qui.


Approfittando dell’incontro organizzato dalla rete Terre in Moto – Marche tenutosi ad Amandola il 9 marzo all’Osteria del Lago di San Ruffino, insieme ad alcuni amici, abbiamo fatto un giro della zona guidati da Davide, che vive e lavora qui. Tutto questo va a documentare e far vedere il reale stato delle cose, sopratutto nelle piccole frazioni, borghi e aziende agricole, che non hanno purtroppo nessuna risonanza mediatica, dove le persone, per lo più anziane, ma anche giovani, vivono tutti i giorni. Ci addentriamo in un territorio in cui convivono realtà in apparenza lontane fra loro, ma unite da un forte legame di comunità tipico delle zone rurali e dell’entroterra.

La giornata è bellissima, con un sole che illumina il Lago di San Ruffino e le vette imbiancate dei Monti Sibillini, un cielo terso e sgombro da nuvole. Sembra un dipinto o un’allucinazione, ma una bellezza così raffinante e perfetta era da tempo che non la notavo. Subito dopo esserci conosciuti, Davide ci guida verso la frazione di San Cristoforo, dove si notano i danni ingenti alle abitazioni. Ci guida una signora tra le case diroccate e inagibili, dove qui vive e accudisce la sua mamma di 96 anni, dentro alla ex scuola di campagna, ormai divenuta un centro di “ricovero” temporaneo. Spostandoci tra le macerie, la vista è stupenda e si scorgono le vette dei Monti della Laga in Abruzzo. Scambiando qualche parola si ha l’impressione di una tacita rassegnazione, che creare un senso di impotenza e sconforto per chi come me, ascolta. Ma riusciamo comunque e nonostante tutto a strappare un sorriso, prima di salutarci, promettendo che torneremo presto.

Ci dirigiamo verso l’Azienda Agricola Le Spiazzette (potete trovare e comprare nel sito tutti i loro prodotti, in particolare confetture, mele sciroppate e composte) situata ai confini del Parco Nazionale dei Monti Sibillini, composta di 70 ettari di cui quasi metà tra boschi e calanchi. Il nome “Le Spiazzette”, deriva dalla leggenda che narra la discesa delle fate Sibille. La mela rosa rappresenta un prodotto sano, naturale, controllato, vero e genuino, realizzato in un ambiente incontaminato, a stretto contatto con la natura che lo protegge e lo rende ancora più buono: questi sono i prodotti le Spiazzette. E aggiungo, dopo avere assaggiato queste mele rosa, risultano veramente squisite. Subito ci si fa incontro Sabina e la figlia Martina, che ci spiegano come è la situazione a distanza di 7 mesi, ci illustrano la loro azienda e il futuro per il momento molto incerto, viste le problematiche e le inefficienze burocratiche da parte delle istituzioni preposte a tale compito. Mi colpisce fin da subito la forza e la tenacia di questa famiglia solida e al tempo stesso accogliente, come molte realtà che sto incontrando in questi mesi. Sto per partire, ma non mi sento addosso la tristezza che mi aspettavo, considerata la situazione. Sento piuttosto l’influenza positiva del vigore di questa bella realtà familiare, dell’entusiasmo della giovane Martina, pur avendo perso quasi tutto, sono ancora capaci di sognare e reagire.

Lasciandoci alle spalle i bellissimi frutteti della mela rosa, andiamo verso la Fattoria biologica della famiglia Corradini di Amandola“Siamo un’azienda agricola biologica a conduzione familiare, nel 1989 ci siamo trasferiti nella campagna di Amandola, luogo di nascita di Vittorio, dalla provincia di Milano. Il sogno, era quello di una vita più sana, che potesse anche salvaguardare l’ambiente intorno a noi. Da qui, e dalla passione per l’agricoltura, la scelta di creare una fattoria biologica. Nella fattoria ci sono mucche, vitelli e maiali; tutto quello che coltiviamo nei campi è biologico (certificazione IMC) e lo usiamo per l’alimentazione degli animali.”

Già questo dovrebbe farvi capire tutto o in parte, perché appena ci conosciamo entriamo subito in confidenza con Vittorio, il padre di una bella famiglia che ha scelto di vivere e lavorare nelle Marche, trasferendosi da Milano ad Amandola nel 1989. Subito mi illustra i danni alla propria abitazione, al proprio laboratorio e punto vendita, inagibile per colpa degli eventi sismici iniziati il 24 agosto. La cosa che mi ha colpito, parlando con la figlia Alice, anche in questo caso, è la voglia e diritto di avere informazioni chiare e tempestive, poter capire veramente qualcosa all’interno della districata, farraginosa, lenta e a tratti imbarazzante macchina burocratica. Perché questo ne vale il loro futuro. Per capire meglio cosa è successo da quel fatidico giorno di agosto e la gestione dell’emergenza successiva, vi lascio il link dove potete leggere la lettera, scritta dalla stessa Alice, indirizzata al Presidente della Regione Marche Ceriscioli, rimasta a tutt’oggi senza una risposta.

A pranzo ci fermiamo a mangiare presso la Comunità San Cristoforo ad Amandola, dove ci viene offerto un piatto di pasta, carne e insalata. La persona che mi rimane impressa è il fondatore di questa bellissima e accogliente struttura, Achille Ascari originario della Val di Non, anche lui innamorato da 40 anni, dalle bellezze delle Marche. Mi colpiscono la sua dialettica e il suo modo di parlare mai banale, migliore di gran lunga rispetto ad alcuni professori universitari incontrati in questi anni. Ci illustra tutte le attività che si svolgono all’interno della comunità, la struttura (non ha subito nessun danno, per via dell’attenta messa in sicurezza all’epoca della costruzione, usando criteri antisismici moderni e professionali), ci presenta i ragazzi accolti e ci da alcune notizie storiche e nozioni biologiche delle piante, animali e i borghi circostanti. Sembra un’isola felice, immersa in un contesto unico e ancora del tutto incontaminato, privo di qualsiasi distrazione. Grazie ad Achille Ascari e agli operatori che vi lavorano ogni giorno, questa Comunità può concretamente aiutare persone in difficoltà, che si trovino in uno stato di disagio dovuto all’abuso di alcool o di tossicodipendenza, riacquistando attraverso gli animali, la Natura e i suoi prodotti, il contatto con se stessi e con la vita.

L’ultima tappa è al Centro Ippico San Lorenzo, vicino ad Amandola. Ci viene incontro Alberto Teso e ci fa vedere i danni causati dal terremoto e dalla nevicata di gennaio, mostrandoci i magnifici cavalli ben tenuti ed accuditi, all’interno della scuderia, mentre da ad ognuno la razione di fieno per la notte. Dopo aver preso una birra al pub “La Fojetta” di Amandola e cenato insieme a Davide e gli amici all’Osteria del Lago, ci prepariamo ad ascoltare l’incontro pubblico organizzato da Terre in moto, che a breve avrà inizio.

Per capire che cosa è la rete Terre in Moto, riporto un’ottima ed emozionante riflessione, scritta da Leonardo Animali, dal titolo Yes we can

Yes we can





Di Leonardo Animali - 10/03/2017


Sarebbe stato magnifico arrivarci che fosse ancora giorno in questa osteria sul lago, da cui si scorgono i Sibillini, anche se la fase di luna piena ci lascia intravedere le cime imbiancate delle creste che spezzano il buio. Ma tant’è, come da tradizione, certe riunioni si fanno di notte… Arrivano alla spicciolata, un sacco di gente, più del previsto, dicono i promotori. Nell’afflusso arriva un gruppetto, una decina circa, di persone palesemente straniere; strano, turisti da queste parti, d’inverno e col terremoto. “Sono venuti pure gli inglesi!” dice un organizzatore dell’incontro; quindi non sono turisti, concludo, ma partecipanti all’incontro. Gli “inglesi” sono i proprietari di case-vacanza acquistate in questo territorio, e che se le sono ritrovate lesionate o crollate con il terremoto; sono venuti per capire, per informarsi, per chiedere. Sono un po’ buffi, sembrano i protagonisti compassati di quei format televisivi tipo “vado a vivere in campagna” o simili. Si siedono in cerchio insieme a tutti gli altri, dopo aver preso al bancone della locanda, la tradizionale birretta, come se fossero al pub, solo che qui hanno esclusivamente Menabrea o Moretti. E’ osservandoli, così composti, integrati ed estranei al tempo stesso, che per una semplice ed illogica rimuginazione anglofona, mi viene in mente lo “yes we can” di anni fa… La riunione è quella di Terreinmoto Marche, “una rete di realtà sociali, associazioni e semplici cittadini che vogliono intervenire sul terremoto a livello informativo, comunicativo e sociale”, come si definiscono sulla pagina facebook. E alla riunione ci sono tante realtà democratiche di base, persone che col terremoto hanno perso tutto, allevatori, chi resiste in roulotte e chi è sfollato sulla costa. Con un comune obiettivo: non disperdere quel senso di comunità che ha sempre contraddistinto questo territorio, e rendersi parte attiva, direttamente coinvolta, e contraddittoria se occorre, nel processo di ripartenza e ricostruzione dopo la catastrofe del terremoto; portare a chilometro zero quella che è oggi la distanza siderale tra livelli decisori e popolazioni, nei processi e nelle scelte da compiere. Uno scopo gigantesco, considerata la situazione del territorio, già attraversato con forza dalla #strategiadellabbandono, ed i tempi e modi della politica, in giorni in cui si ripropone nuovamente una spompata visione leaderistica, che alla fine però sa tanto di concordato preventivo. Lo spirito che attraversa il salone della locanda è diverso dalla semplice solidarietà e beneficienza. Lo straordinario e generoso moto, che il dramma del terremoto ha attivato in opere ed azioni filantropiche, e di cui c’è ancora enormemente bisogno, si esaurisce al, seppur prezioso, gesto di filantropia diretta: la donazione, la raccolta fondi, l’aiuto al singolo o alla comunità. Qui c’è qualcosa d’altro, che va oltre: c’è il sentimento della solidarietà che diventa fatto politico, che attiva pratiche di partecipazione e democrazia, e che muove dalla storia, dalle problematiche non solo urgenti e recenti, di un territorio, e dei diritti chi ci vive, per nascita o per scelta; questa realtà si chiama montagna, con la sua peculiarità e specificità. Ad un certo punto entra in sala, ad incontro iniziato, Paolo. Ci riconosciamo subito, sorpresi ma fino ad un certo punto; un abbraccio forte, senza parole. L’ultima volta che siamo stati assieme è quando abbiamo dormito per più notti sui banchi del laboratorio di Scienze della Terra all’Università di Perugia, durante la Pantera, più di venticinque anni fa. Lui vive da queste parti in montagna; ci bisbigliamo un po’ di cose, quello che facciamo, dove e come viviamo, senza avere la pretesa di raccontarci nel dettaglio quello che è successo a ciascuno per un quarto di secolo, dopo che si scappava insieme da qualche manganello della Celere che sgomberava il Rettorato. Per questo ci prenderemo adesso il giusto tempo. Mi ha colpito una cosa che mi ha detto, ad un certo punto, ascoltandomi; “allora sei come noi”. Ecco, questa frase è un segno distintivo, che appartiene ad una comunità sparsa ma al tempo stesso attraversata da una forte fraternità, quella della montagna. Chi vive in città, in pianura o sulla costa, pur sentendosi sinceramente solidale ed anche generoso con i territori segnati dal terremoto, una roba così non riesce a percepirla, perché te il terremoto non ce l’hai avuto dentro, perché qui non ci vivi e la notte non ci devi tornare a dormire. E di conseguenza per te la solidarietà esaurisce il tuo bisogno di renderti utile; ma per il popolo dell’Appennino è fisiologico che quello che vive a seguito di una condizione di straordinaria destabilizzazione, diventi ad un certo punto pratica civile e politica; perché c’è in gioco il tuo presente e il tuo domani, e sai bene che non ti puoi fidare di delegarne gli esiti e le strategie a qualcun altro che sostiene di rappresentarti. Per questo Terreinmoto Marche è un’originale e nuova pratica di democrazia, che mette insieme senza gerarchie e appartenenze, la vita delle persone e di un territorio, per quello che sono, ancor prima di quello che potrebbero rappresentare. Da questa locanda di montagna in riva ad un lago, comprendi che qui il “si, possiamo farcela” è autentico, vero, senza filtri e opacità. Perché è un obiettivo condiviso di tanti e diversi, non il desiderata di uno per tutti.

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