#terreinmoto Marche
Terre in Moto è una rete di realtà sociali,
associazioni e semplici cittadini
che ha intrapreso un percorso collettivo...
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I bei tempi non ci sono mai stati. Per una nuova (narr)azione sul terremoto.



Le scosse che hanno fatto tremare la terra nei nostri comuni hanno inevitabilmente portato con loro nel corso di questi 13 mesi una lunga scia di aneddoti, drammi, carenze, colpe, racconti. Fatti singoli su cui occorre fare informazione e denuncia, ma come sempre più spesso accade tutto questo si trasforma in un elenco della spesa o in indignazioni che durano il tempo di una bestemmia. Nulla si sedimenta, tutto passa e diventa frustrazione e stanchezza, voglia di mollare e dimenticare. Una sorta di “burocrazia della memoria” imbriglia la mente impedendoci di andare avanti senza farci distinguere le differenze tra i compagni di viaggio e chi ci ostacola. Vogliamo quindi provare ad affrontare la questione nel suo complesso, cercando di guardare la situazione dall’alto ma con i piedi ben piantati a terra.

Occorre cominciare da una visione lucida della realtà, della storia e della “civiltà” di questo territorio:
la compattezza geografica […] delle Marche, non è accompagnata da un’eguale compattezza nella storia della regione. […] Naturalmente, occorre intendere questa mancanza di compattezza e di uniformità non nel senso estremo di differenziazione di “civiltà”, ma nel senso proprio dell’espressione, cioè di mancanza per secoli di una storia veramente comune, di fini ed ideali comuni, della necessità e della consapevolezza di una comune tensione verso mete comuni […]. Se si comprende questo, si potrà comprendere anche lo spirito della sua gente, ancora tenacemente attaccata al suo gonfalone municipale, gelosa delle sue tradizioni e delle sue memorie, testardamente abituata a far da sé, individualista (anche troppo), chiusa nell’ambito della piccola comunità familiare e delle comunità locali, sospettosa verso le novità.*
Infatti una delle risposte più pericolose che possiamo dare a quanto sta succedendo nel nostro territorio a partire dal 24 agosto 2016 è quella che passa attraverso la mitizzazione di un passato che non è mai esistito. Attraverso la creazione di mitologie comunitarie facili e rassicuranti che non ci aiutano ad uscire dallo stallo in cui ci hanno imprigionato e dal quale potremo uscire solo con un’idea di futuro che interroghi quanto è stato cogliendone tutte le criticità. Questo passo spetta a noi, uno scarto mentale che dobbiamo compiere dai nostri paesi puntellati, crollati, “lamati”.

Uno dei racconti che riempiono molto spesso gli articoli di approfondimento degli esperti del territorio dell’ultimo minuto è quello che ci parla di primordiali comunità armoniose, unite, costituite da rapporti saldi e basate sul mutuo aiuto. Sappiamo che non è così, o almeno sappiamo che questo è un racconto parziale che non coglie la complessità dei piccoli borghi in cui, se vieni da 10 km di distanza, sei “quello di fuori”. Ricostruire un passato falso non rende tra l’altro giustizia alla ricchezza straordinaria dei nostri territori, anzi forse è il caso di partire proprio dai “nostri territori”. In questi mesi abbiamo abitato alternativamente nel Centro Italia, nel Cratere, al confine tra MarcheUmbriaLazioeAbruzzo, nelle Regioni Centrali. Tutte indicazioni geografiche indistinte vuote, che danno un’idea vaga della zona colpita e in cui si mette insieme tutto e niente. L’effetto è quello che si ha quando aprendo la dispensa e trovando tanti piccoli rimasugli si fa cuocere una pasta con formati e tempi di cottura diversi. Il risultato (pessimo) è quello di avere contemporaneamente un piatto di pasta inguardabile e immangiabile che è allo stesso tempo scotto e troppo al dente con spaghetti intrecciati a fusilli e farfalle triturate. A partire dai luoghi e dalla loro geografia è forse il tempo di ri-contestualizzare e ripensare le categorie con cui abbiamo provato ad analizzare le tante storie diverse che compongono la nostra movimentata storia collettiva. Una di queste, probabilmente “la” categoria abusata per eccellenza è quella dei terremotati. 

Quando parliamo di un terremotato ricordiamoci sempre che, tecnicamente, stiamo indicando genericamente una persona che è stata colpita o ha subito danni dal terremoto. Ma come nel cosiddetto cratere troviamo contemporaneamente paesi appena sfiorati e paesi distrutti, nella categoria dei terremotati troviamo di tutto. Morti, feriti, sfollati, proprietari di seconde case, ricchi, poveri, stronzi, delatori, volontari, migranti, pastori, imprenditori, scrittori, speculatori, rifugisti, pessimisti, ottimisti, anziani, neonati e potremmo continuare all’infinito. Gli effetti del terremoto su queste persone sono stati gli stessi? Tutti hanno reagito o hanno avuto la possibilità di reagire allo stesso modo? Hanno tutti la stessa idea di futuro e di sviluppo del loro paese e della loro regione? Ecco che vista così la categoria del terremotato inizia ad apparire per quello che è: conflittuale e multiforme. Le storie di chi è stato colpito dal terremoto diventano immediatamente più articolate. Le differenze e le similitudini tra le persone non sono più determinate solo dal vivere ad Amatrice o a San Severino, ma soprattutto dall’avere o no la possibilità di ricostruire un futuro, materialmente e non solo, a seguito di quanto accaduto. Il vero confine è quello tra l’alto e il basso, tra chi decide e chi subisce le decisioni, tra chi è costretto ad arrangiarsi e chi può permettersi di scegliere, tra chi ha possibilità economiche e chi non le ha.

A ben vedere quindi la situazione dei “terremotati” non è molto diversa da quella che ritroviamo nel resto della società. Le scosse hanno solo fatto emergere tutte insieme le contraddizioni e le problematiche di un modello di sviluppo predatorio e discriminante che alimenta i privilegi di pochi e impoverisce le relazioni umane. Se noi per primi non riusciremo a cogliere questo elemento, se noi per primi non riusciremo a capire che “le Peppine” dei vari paesi hanno molto più in comune con i rifugiati sgomberati a Roma questa estate che con chiunque altro, non andremo lontano. Partendo da qui dobbiamo essere in grado di distinguere gli amici dai nemici, chi aiuta da chi specula, i lupi dagli sciacalli (che sono tra i pochissimi animali che proprio non vogliamo inserire sui Sibillini). Non sempre sarà facile, perché il tentativo in atto dai fautori della strategia dell’abbandono è quello di spaccare ulteriormente le comunità mettendo contro chi si trova nella stessa situazione di difficoltà.

A proposito della strategia dell’abbandono: non dobbiamo certo immaginarci un uomo malvagio, solo al potere, che dietro alla scrivania progetta lo spopolamento delle zone montane. La costruzione del “nemico perfetto” porterebbe agli stessi errori commessi nelle costruzioni dei miti con cui abbiamo aperto questo ragionamento. La situazione è ben più complessa, ma allo stesso tempo le responsabilità ci sono e sono facilmente identificabili a livello locale e nazionale, sia in ambito politico che economico. Su questo va sottolineata l'inadeguatezza dell’apparato statale ridotto oramai quasi esclusivamente a strumento repressivo a servizio dei grandi interessi economici. Il privato che prende il sopravvento sul pubblico, sempre con direzione dall’alto verso il basso. Il privato che solo apparentemente sopperisce alle mancanze del pubblico mentre invece erode progressivamente potere gestionale e decisionale. Basti pensare a come le scuole ricostruite siano solo quelle finanziate da donazioni private mentre, quando si parla dello Stato, sulla consegna delle SAE i ritardi stanno assumendo dimensioni grottesche.
Se vogliamo scendere nei casi specifici, è lampante la differenza tra la facilità con cui si è potuta realizzare una fabbrica ad Arquata del Tronto e gli ostacoli per un qualsiasi altro intervento in autonomia sulle abitazioni. Per non parlare del celebre “Deltaplano di Castelluccio”, la struttura (ma potremmo anche chiamarlo centro commerciale) che dovrebbe sorgere con vista sul Pian Grande, intervento presentato come salvifico e “provvidenziale” che arriva a livello progettuale dopo un anno di immobilismo totale. Neanche Berrettaccia, che pur raccontò la Battaglia di Pian Perduto, saprebbe raccontare un tale scempio.
Non dobbiamo cedere al ricatto finendo per dichiarare che “occorre meno Stato perché non fa, meglio il  privato che fa in fretta”. Un intervento pubblico rapido ed efficace va preteso perché è nostro diritto, per questo tutte le storie singole e le dinamiche di autogestione e auto-organizzazione vanno inserite in un meccanismo vertenziale e non prettamente volto alla sopravvivenza. 

Come dicevamo, “i bei tempi non ci sono mai stati”. E' bene ricordare anche che il nostro territorio è sotto attacco della speculazione e della devastazione territoriale da ben prima del sisma. La pedemontana di Matelica, l’inceneritore di Selvalagli, il gasdotto che dovrebbe attraversare l’Appennino (passando sotto i paesi distrutti), le trivellazioni in mare e potremmo continuare ancora, sono solo alcuni dei progetti che esistono da molto prima del 24 agosto 2016. Un iperattivismo sul fronte delle grandi opere che da decenni si accompagna ad un calo dei servizi base sul fronte sanitario, dei trasporti, ecc. Che futuro ci aspetta, anche quando (quando?) tutte le SAE saranno pronte e le macerie rimosse, se non saranno attivati nuovi servizi per la popolazione? Se un nuovo welfare non sarà garantito? Sono domande alle quali sarebbe bene rispondere fin d’ora.

Questo è il quadro, dipingerne un altro significherebbe portarci in giro.
Sarà dura certo mutarlo, ma anche in passato siamo riusciti a districarci in situazioni difficili che credevamo perse. Non partiamo da zero perché quanto successo ha anche portato alla nascita di relazioni e di dinamiche nuove che non sarebbero mai esistite altrimenti.
Sarà dura, ma nulla è perduto, e non perché le popolazioni dell’Appennino sono forgiate nella pietra o dai sacrifici (altro racconto consolatorio e auto incensante che non ci aiuta, anche nei casi in cui è veritiero), ma perché abbiamo tutti gli strumenti e le capacità per ricostruire un futuro.
Bisognerà reinventare le comunità sulla base di nuovi paradigmi, bisognerà imparare a reagire facendolo collettivamente a scapito dei piccoli interessi personali, senza mai dimenticare quello che è successo, chi ci ha seguito lungo la strada e chi quella strada ha cercato di sbarrarcela o ci ha fornito indicazioni sbagliate.
Arriverà il freddo e la neve, non tutte le SAE saranno pronte, pioverà nei container e ci saranno ancora macerie nei paesi, nessuno parlerà più della nostra situazione se non per i tristi anniversari, qualcuno non tornerà ed altri se ne andranno, cambieranno sindaci e governi.
Dalle vallate vedremo sempre svettare la Priora. e il Vettore degradare bruscamente a sud. Toccherà a noi saper Tornare, Resistere, Ricostruire.

*Dante Cecchi - Macerata e il suo territorio, il paese - Pubblicazione della Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata, 1978 (pp. 20, 26).

24 agosto 2017


Ci siamo quasi, fra qualche ora sarà passato un anno da quella maledetta notte del 24 agosto 2016.

In queste ore, complice la ricorrenza, si è tornato a parlare con assiduità del terremoto. Per quanto ci riguarda questo è il momento per stringersi intorno a chi ha perso casa ed affetti, senza dimenticare come sono passati questi 12 mesi, cosa non è stato fatto e cosa è stato fatto male. Perché il 24 agosto non sia l'ennesima sterile e retorica giornata commemorativa ma oggetto di memoria viva da utilizzare da qui in avanti.

"[...] nel gioco della memoria devi scrutare il futuro per interrogare il passato, si punta sull’avvenire per capire l’avvenuto. Abbiamo sempre l’impressione che sia il contrario, che dal passato s’impari e che senza quello, senza memoria, non ci sia futuro, ma è piuttosto vero il contrario: chi non ha un’idea del futuro non sa porre domande al passato, e senza una domanda, i ricordi restano coperti e muoiono."

(WM4 - Chi non ha futuro, non ha memoria. Grande Guerra, intruppamento dei ricordi e diserzioni necessarie)"

Deltaplani e memoria a Castelluccio


Nel corso del Festival appena concluso è più volte emersa durante i dibattiti come nelle chiacchierate a margine degli eventi la questione della nuova struttura che dovrebbe sorgere a Castelluccio per accogliere i commercianti del luogo, vogliamo provare a sottolineare 3 punti che per noi sono piuttosto centrali:

- Se chi sta spingendo con tanta foga la costruzione di questa struttura avesse lavorato con la stessa premura nella sistemazione delle strade o nella rimozione delle macerie, avesse comunicato che a Castelluccio nonostante tutto e tutti ci sono 2 strutture ancora aperte (si, non ve l'aveva detto nessuno vero?) probabilmente staremmo parlando di un'altra storia.

- Possiamo comprendere gli esercenti di Castelluccio che sono d'accordo con "il deltaplano", stremati dopo 11 mesi di immobilismo totale si aggrappano alla soluzione che rimane almeno apparentemente più concreta e rapida al momento. Ma chi analizza la situazione da "esterno" (per quanto si possa usare questo termine quando si parla di un luogo patrimonio dell'umanità e non solo di chi vi abita/lavora) deve giocoforza fare lo sforzo di rifiutare questa logica perennemente emergenziale per cui qualunque soluzione va accettata perchè "oramai...". Questa operazione fa venire in mente le dinamiche proprie del colonialismo: prima si acquisisce un porto commerciale, poi una porzione un po' più grande, poi si fa una ferrovia verso l'interno - per portare civiltà alle popolazioni degli altipiani - poi si mette il filo spinato, poi ci vogliono 150 anni per toglierlo. Una volta realizzata l'opera, l'occhio si abitua e le popolazioni pure, e a quel punto sarà più facile ampliarla e realizzarne altre simili invece che rimuoverla, perché "ormai ce sta", come spesso si dice. Il punto è proprio questo, dietro quel “ormai” si cela un mondo. Se accettiamo questa logica saremo sempre ricattati e ricattabili, costretti ad accettare soluzioni al ribasso per sopravvivere. Sarà così per le casette, per la ricostruzione per le infrastrutture e tutto il resto. Dobbiamo pretendere la soluzione migliore, non una soluzione qualsiasi "solamente" perché fino ad ora non si è fatto niente.

- Chi ha vissuto Castelluccio con continuità e non solamente attraverso le foto della celebre fioritura sa benissimo che il borgo era trattato malissimo dalle istituzioni ben prima dell'arrivo del sisma. D'inverno salendo dal valico di Forca di Gualdo la strada veniva pulita sistematicamente solo a Pian Perduto fino al cartello che indicava la fine della Provincia di Macerata, la parte umbra fino al paese rimaneva quasi perennemente innevata. La fioritura... l'enorme afflusso di persone veniva gestito in maniera pessima e la piana nel fine settimana diventava (veramente) il parcheggio enorme di un centro commerciale. Con colpe gravi sia da parte dei fruitori, molti dei quali sono gli stessi che ora si ergono a difensori di Castelluccio ma fino allo scorso anno parcheggiavano in doppia fila sul pian grande, sia da parte delle istituzioni che non volevano o avevano la capacità di gestire la situazione.

Quindi per cortesia basta con l'ipocrisia della difesa postuma, evitiamo di parlare dei problemi solo sulla base del qui e ora, riprendiamo la memoria e pretendiamo prospettive che vadano oltre la punta del nostro naso.

Il deltaplano non è una soluzione, è un ricatto. E come tale va trattato.

Come avere una pista ciclabile e vivere felici


In questi giorni sta facendo molto rumore la proposta della Regione Marche di utilizzare circa un terzo (5 milioni e 450 mila euro) dei fondi ricevuti dagli sms solidali per la costruzione di una pista ciclabile in provincia di Macerata tra l’Abbadia di Fiastra e Sarnano. Sono nate immediatamente petizioni on-line per chiedere di ritirare la proposta e anche noi come rete Terre in Moto abbiamo espresso al nostra contrarietà in merito al progetto attraverso i microfoni di Radio Tre.

Ma perché siamo contrari? Siamo contro le piste ciclabili? Naturalmente no; anzi questo è uno (non il principale) dei motivi per cui non vogliamo che i soldi donati attraverso gli sms solidali vengano destinati a questa opera. Noi siamo fermamente convinti che le pista ciclabile sia uno strumento utile ad incentivare un turismo sostenibile ma crediamo che non debbano essere questi i fondi da utilizzare per finanziare un’opera del genere. Attraverso questa operazione goffa si rischia di far diventare un progetto di per se potenzialmente lungimirante come il più odiato della regione. La pista ciclabile diventerà “il male”, anche comprensibilmente considerando come verrà finanziata. Quindi il danno sarà doppio.

Non è la prima volta che in Italia viene lanciata una raccolta di fondi attraverso i cosiddetti “sms solidali”, sia per il terremoto dell’Emilia che per quello abruzzese vennero raccolti diversi milioni di euro. Nel primo caso vennero utilizzati per la ricostruzione di edifici pubblici, strutture scolastiche e socio assistenziali, nel secondo caso per attivare progetti di microcredito.

Le domande che ci poniamo sono: ma perché il progetto della pista ciclabile deve essere finanziato con quei fondi? Vanno necessariamente utilizzati i due euro donati da chi, guardando le strazianti immagini televisive di Arquata del Tronto, Visso o Ussita, ha deciso (anche simbolicamente) di contribuire di tasca propria alla ricostruzione? Considerando che l’idea ha già qualche anno, ed è meritoria, non potrebbe essere finanziata in altro modo? La Regione Marche non ritiene che, anche solo a livello simbolico, sia una pessima idea? Quei 5 milioni e mezzo circa di euro non potevano provenire da qualche altra parte?

Quest’ultima domanda merita forse qualche ragionamento in più. Si perché il nostro è un paese strano, i soldi non ci sono mai per le cose veramente importanti ma spuntano sempre quando si tratta di finanziare “altro”. Messa in sicurezza del territorio: no! Rifacimento delle strade danneggiate: no! Sistemazione delle falde acquifere e degli acquedotti: no! Sostegno al reddito: no! Case per i terremotati: …!

Ma c’è qualcosa nel nostro paese per cui i soldi non mancano mai: le “grandi opere”, quelle con molti zeri che hanno una data di inizio ma quasi mai una data di fine. Quelle che hanno un costo iniziale che non è mai quello finale. Quelle che devastano un territorio e non si sa a cosa servono. Quelle che se sei un vignaiolo e per fare la grande opera ti abbattono la vigna lo fanno sempre “in nome del progresso”. Quelle che se ti permetti di protestate sei il solito retrogrado. E così la storia è sempre la stessa: una casetta di legno costruita in autonomia per tornare nel tuo paese è un abuso edilizio, un’opera che squarcia montagne e abbatte querce secolari è progresso. Le SAE hanno un iter burocratico infinito, se invece devi fare una strada inutile il decreto Sblocca Italia di renziana memoria ti consente ti saltare qualsiasi vincolo o parere.

Anche la nostra regione, come quasi tutte purtroppo, ha le sue opere niente male. Una di queste è la Pedemontana Fabriano-Sfercia. Non ne avevate mai sentito parlare? Una delle caratteristiche delle grandi opere di cui ci eravamo dimenticati è che se ne parla pochissimo e solo dopo che si è già deciso tutto. Dicevamo… Questa strada a 4 corsie che se realizzata devasterà tutta la fascia pedemontana (appunto) tra il fabrianese e i Sibillini è un progetto vecchissimo ma che è stato ripescato proprio in piena emergenza terremoto perché, come afferma il governatore Ceriscioli, “La ricostruzione passa soprattutto attraverso le infrastrutture”. Si è già costituito un comitato contro questo mostro e ci auguriamo che anche grazie a loro tutta la popolazione si renda sempre più conto che non sono queste le opere che servono al nostro territorio. Questa strada, che sarà realizzata dalla società Quadrilatero (si, sempre lei), avrà un costo superiore ai 200 milioni di euro e da qui nasce la nostra idea. Un’idea che senza esagerazione definiamo geniale!
Un’idea che permetterà alla Regione Marche di realizzare la pista ciclabile, a noi di pedalarci sopra e soprattutto di poter utilizzare i fondi degli sms solidali per ciò a cui erano destinati.

L’idea è questa ed è composta da 3 azioni distinte che elencheremo per punti al fine di agevolarne la lettura da parte della Regione Marche:
1 - non viene realizzata la Pedemontana perché inutile e dannosa risparmiando più di 200 milioni di euro;
2 - i 5 milioni di euro si prendono dai 200 milioni di euro risparmiati attraverso l’operazione precedente;
3 - i restanti 195 milioni di euro circa ulteriormente risparmiati si destinano con urgenza ad interventi per la messa in sicurezza del territorio e contro il dissesto idro-geologico.

Questa è una strategia facile ed immediata “per avere la pista ciclabile e vivere felici”. Nel reale rispetto dell’ambiente e di chi vi abita. E se per caso la risposta della Regione dovesse essere che siamo degli ingenui perchè i soldi per la Pedemontana fanno parte di altri fondi e/o che non possono essere destinati ad altro… Beh, fate come avete fatto per i soldi donati con gli sms no?

Terre in Moto Marche

STORIE DAI BORGHI: SE NE SONO ANDATI, PER LA TERZA VOLTA


Sul blog di Loredana Lipperini il post originale

Se ne sono andati, infine, e che altro dovevano fare? Portati via, sulle coste, contro la loro volontà, e sulle coste lasciati mentre nulla veniva fatto per dare loro una sistemazione anche provvisoria, per non parlare della ricostruzione che è molto al di là da venire. Parcheggiati fino all'inizio della stagione estiva, che implacabilmente giunge, e dovrebbero saperlo anche alla Regione Marche che dopo l'inverno arriva la primavera, e poi l'estate. Infine, il contratto con le strutture è scaduto e ciao, via, "peggio del terremoto", hanno detto, ma a chi importa?

A pochi. Scrive oggi Terre in Moto Marche:
"L'ennesimo capitolo, l'ultimo a quanto pare, di una situazione paradossale che si è protratta per mesi.
Le persone, perché questo sono prima che sfollati o terremotati, sono state prese per sfinimento e alla fine hanno ceduto al trasferimento nelle altre strutture.
Ma chiaramente quanto è accaduto non va dimenticato, perché ci racconta dell'assurdità della gestione degli sfollati da parte dell'assessorato al turismo (?), dei contratti in scadenza al 31 maggio, dei continui spostamenti e nel complesso di una generale incertezza in cui le persone si sono trovate per settimane se non per mesi. Un fatto che oltre che "materiale" è fortemente simbolico anche rispetto ad altri ambiti toccati dal sisma".

Come siano andate le cose si legge qui:
"Alcuni sono già partiti ieri, altri sono pronti ad andare: "Hai preso tutto?" dice un uomo a sua moglie. I due salutano gli altri e si allontanano. È tanta la commozione mista a un senso di abbandono: "Mia madre ha 95 anni - dice la signora Silvana - ed è sfollata insieme alla sua badante. Non è possibile che, alla sua età, debba sopportare questi continui spostamenti". "Siamo stanchi di parlare e di non ottenere nulla" aggiunge una signora di Visso palesemente provata e arrabbiata perché, dopo un iniziale interesse "alla fine ci hanno dimenticati". Le polemiche degli ospiti non sono rivolti alla struttura, ma al modo in cui è stata gestita la situazione di emergenza post sisma "perché - dicono - l'emergenza non è ancora finita. Noi siamo ancora senza case".

Occhi lucidi e disperazione per chi in questi mesi ha condiviso il dolore, la speranza, le proteste. "Siamo stati una comunità, sono nate delle forti amicizie non solo tra i più piccoli, ma tra noi adulti" dice Donatella di Visso sfollata insieme alla sua famiglia, un figlio di 8 anni e l'anziana madre Rita che racconta: "Mi viene da piangere se penso ai bambini che crescendo ricorderanno quello che hanno dovuto vivere. Non facciamo in tempo a disfare i fagotti che dobbiamo ripartire".

Gli anziani presenti sono davvero tanti, per questo la maggior parte ha preso degli alloggi con i Cas (Contributo per autonoma sistemazione). La Protezione civile, infatti, ha proposto altre strutture ricettive lungo tutta la costa marchigiana, da Senigallia a San Benedetto del Tronto, ma alcuni temono di non riuscire ad ottenere ambienti idonei alle loro esigenze."

Che alternative avevano? Nessuna. Qualcuno resta fino al 10 o 15 o 18 giugno giugno, perché i figli vanno a scuola, e peraltro non si sa chi pagherà i giorni in più, se la Regione o la struttura. Tanto, per la Regione il trasferimento è "volontario". Certo. Come quello che dalla montagna ha portato al mare, quando l'autunno era appena iniziato. Volontario. Certo.

Lunga Marcia nelle Terre del Sisma



28 giugno – 8 luglio da Fabriano a L'Aquila | VI edizione

La Lunga Marcia nelle Terre del Sisma è un trekking solidale che partirà da Fabriano il 28 giugno per arrivare a L’Aquila l’8 luglio. Un cammino che attraverserà i territori duramente colpiti dagli eventi sismici degli ultimi mesi. La Marcia di solidarietà, organizzata da Movimento Tellurico, APE Roma e FederTrek, in collaborazione con la Regione Lazio, ha ottenuto il patrocinio di numerosi Enti, tra cui: Parco Nazionale dei Monti Sibillini, Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, Corso di Laurea in Scienze del Turismo dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, Comune dell’Aquila, Comune di Fabriano, Comune di Camerino, Comune di Matelica, Comune di Fiastra e può contare anche sull‘adesione di numerose associazioni di carattere nazionale e delle zone colpite dal sisma.

Il cammino, lungo oltre 200 chilometri, si snoderà attraverso i sentieri e itinerari escursionistici del Parco Nazionale dei Monti Sibillini e del Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga, mettendo in risalto territori ad alta valenza naturalistica.

La Lunga Marcia attraverserà le 4 regioni ferite dal sisma con l’obiettivo di incontrare e dar voce ai protagonisti della ricostruzione, ai progetti e all’impegno di chi si sforza per resistere e ricostruire una nuova prospettiva di vita.

Camminare in questi territori significherà calarsi in uno scenario di "Terre-Mutate", nel quale amministrazioni, associazioni e cittadini stanno lavorando per ricostruire il proprio futuro. É proprio a loro che vogliamo esprimere la nostra solidarietà. Lo faremo unendo idealmente, con una lunga sequenza di passi, le zone colpite dagli ultimi eventi sismici con L’Aquila, ora impegnata in una lunga e complessa ricostruzione del proprio tessuto sociale. 

Una volta arrivata a L’Aquila, la Lunga Marcia sarà ospite del Festival della Partecipazione, che si terrà nel Capoluogo abruzzese da 6 al 9 luglio. Si tratta di un evento promosso da “Italia, Sveglia!”, organizzazione nata grazie all'alleanza di tre organizzazioni - ActionAid, Cittadinanzattiva, Slow Food Italia - e che collabora attivamente con il Comune dell'Aquila. “Italia, Sveglia!” è nata con lo specifico scopo di contribuire alla trasformazione del Paese attraverso un ruolo attivo dei cittadini, la cui partecipazione ai processi decisionali è premessa imprescindibile per la tutela dei loro diritti e il soddisfacimento dei loro bisogni. 


Programma dell’iniziativa:
28 Giugno Fabriano – Esanatoglia/Matelica 
29 Giugno Esanatoglia/Matelica – Camerino
30 Giugno Camerino - Fiastra
1 Luglio Fiastra – Ussita-Visso
2 Luglio Visso – Norcia 
3 Luglio Norcia - Castelluccio 
4 Luglio Castelluccio - Accumoli 
5 Luglio Accumoli - Amatrice 
6 Luglio Amatrice – Campotosto 
7 Luglio Campotosto – Collebrincioni
8 Luglio Collebrincioni – L’Aquila


Per maggiori informazioni e iscrizioni visitare il sito: www.lungamarciaperlaquila.it


Un ringraziamento speciale va alle associazioni che aderiscono al comitato promotore della Lunga Marcia 2017:

ActionAid, Associazione Italiana Turismo Responsabile, Archeoclub L’Aquila, Bibliobus L’Aquila, Brigate di Solidarietà Attiva, Circolo Arci di Collebrincioni, Circolo Arci Querencia, Circolo Naturalistico Novese, Cittadinanza Attiva, Cooperaction, Iononcrollo, Italia Nostra Sezione L’Aquila, Kindustria, La Compagnia dei Cammini, La Fonte della Tessitura – Campotosto, Laga Insieme, Legambiente, Locanda Mausonium, Movimento Lento, Quinta Giusta, RicostruiAMO Fiastra, RRTrek – Rifugio Roma, Panta Rei L’Aquila, Sibillini Lab, Tutti Agibili per un giorno, Tenuta Scolastici, Terre in Moto, Un Aiuto concreto per Castelsantangelo sul Nera, UssitAttiva, Villanova di Accumuli Onlus, We Are Norcia.

STORIE DI BORGHI - Collettiva fotografica di Terre in Moto Marche

Michele Massetani

Fin dalle prime scosse di agosto tutti noi abbiamo sentito l'esigenza di documentare anche fotograficamente quello che stava accadendo al nostro territorio e alle nostre vite. Il lavoro individuale di alcuni fotografi della rete ha dato origine alla mostra fotografica collettiva Storie di borghi.

Questo progetto, grazie al lavoro meraviglioso che la giornalista Loredana Lipperini sta facendo con il suo blog, vuole costruire una memoria fotografica condivisa che ci accompagni verso la rinascita dei nostri amati paesi montani.

Giulia Falistocco

Ecco la scheda di presentazione della mostra.

Il territorio marchigiano è un territorio plurale, ricchissimo di storie e di narrazioni. Anche il terremoto che ha colpito la nostra regione non fa eccezione. Per questo abbiamo deciso di intraprendere un racconto fotografico che tenti in qualche modo di narrare questo evento che ha scosso profondamente la nostra terra affidandoci a diversi fotografi e seguendo come filo conduttore le Storie dai borghi della giornalista Loredana Lipperini. In questo modo vogliamo costruire una narrazione che inizi dalle scosse di agosto e di ottobre raccontando i problemi, le mancanze istituzionali, i piccoli drammi quotidiani, ma che non si fermi a questo e che ci narri anche la tenacia, la voglia di ricominciare, le storie di rinascita che sono nate e che nasceranno come reazione al terremoto.

Perché se è vero che qualcuno sta perseguendo più o meno consapevolmente la cosiddetta “strategia dell’abbandono”, è altrettanto vero che gli abitanti di questa terra bellissima sono così testardi che non cederanno allo sconforto e alla rassegnazione e torneranno un giorno a popolare i nostri piccoli borghi montani dai quali oggi sono dovuti fuggire.

E ci torneremo assolutamente in questi borghi, anche se naturalmente saranno trasformati e sfigurati dal terremoto, torneremo per assaporare i profumi delle stagioni, per conoscere le persone, per avere un contatto diretto con i produttori locali. Il Popolo dei Sibillini è composto da gente dedita al lavoro, silenziosa, disponibile ed estremamente gentile. La nostra terra è ricca di miti e leggende, saperi e tradizioni antiche che si tramandano di generazione in generazione. Fino a poco tempo fa regolavano la vita delle comunità le antiche "Comunanze Agrarie". Un principio fondamentale era: "Il godimento della comune proprietà è subordinato al lavoro proprio ed è in proporzione ai bisogni della famiglia". Difficile determinarne l'origine storica, che per molti secoli ha resistito al variare di domini ecclesiastici, ordinamenti politici e sociali, di costumi e dottrine diverse. Questo significa che queste popolazioni fin dalle epoche più antiche, fino alla fine al tardo '800, sono vissute amministrandosi senza un padrone, perché tutti erano proprietari, senza che né i romani prima, né lo Stato Pontificio poi, avessero potuto modificare la situazione.

In questa terra di Marca gli archetipi, come per magia, s’incrociano e si fondono. Forse è proprio merito dei nostri monti di Mezzo d’Appennino, sotto i quali, evidentemente, si nascondono dei draghi irrequieti. E così accanto alle fate della Sibilla, sopra ai draghi, in Umbria, in Abruzzo, nelle Marche, la gente attaccata all’Appennino assomiglia tanto al popolo degli Hobbit, creati dal Professore J.R.R. Tolkien. Siamo tranquilli, ci piace la campagna ordinata, mangiare, bere, fumare e ballare. Non vorremmo affrontare l’avventura e il vasto mondo. Ma se qualcuno, o qualcosa, disturba la nostra quiete e ci vuol allontanare dalle nostre montagne, siamo pronti a metterci in gioco.

Foto di Giulia FalistoccoMarco Gentili e Michele MassetaniCuratore Francesco Spè.


Marco Gentili

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