#terreinmoto Marche
Terre in Moto è una rete di realtà sociali,
associazioni e semplici cittadini
che ha intrapreso un percorso collettivo...
#terreinmoto Marche
Terre in Moto è una rete di realtà sociali,
associazioni e semplici cittadini
che ha intrapreso un percorso collettivo...
#terreinmoto Marche
Terre in Moto è una rete di realtà sociali,
associazioni e semplici cittadini
che ha intrapreso un percorso collettivo...
#terreinmoto Marche
Terre in Moto è una rete di realtà sociali,
associazioni e semplici cittadini
che ha intrapreso un percorso collettivo...

Questa estate torrida se n’è andata e con l’arrivo dell’autunno si ripongono negli scaffali le t-shirt e l’abbigliamento “leggero”.

Soluzioni abitative in attesa eterna


Visto e considerato che quelle che da un anno dovrebbero sorgere nei paesi colpiti dal terremoto ancora non si vedono, come rete Terre In Moto, abbiamo voluto consegnare alla Regione le nostre SAE, che con l’occasione ribattezziamo “Soluzioni abitative in attesa eterna”. 

Ma dopo il terremoto chi le paga le bollette?


Una delle prime domande che ci siamo posti quando abbiamo scoperto che il M.A.P.R.E.*, il modulo abitativo che ci avevano fornito, è tutto elettrico (fornelli, riscaldamento, acqua calda) è stata: “E chi le paga le bollette?” 
E non perché non vogliamo pagare, ma qualcuno mi deve spiegare per quale motivo, delle persone che hanno perso la casa, si devono trovare a pagare delle bollette più alte del normale, solo perché qualcun altro ha scelto loro di farle vivere (per anni), in una baracca che funziona solo a corrente, con isolamento termico quasi nullo, in montagna, dove lo scorso inverno siamo arrivati tranquillamente a -12°C e dove basta un temporale per far andare via la luce due giorni.

Vuoto a perdere: i borghi fantasma di Serravalle del Chienti - Lo stato delle cose


Articolo di Simone Vecchioni su Lo stato delle cose

Il futuro è già passato, e non ce ne siamo nemmeno accorti.

(Vittorio Gassman in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, 1974)

Percorrendo la SS77 all’altezza di Colfiorito, al confine tra Marche e Umbria, è possibile imboccare una strada che non consente solo un viaggio nello spazio ma anche nel tempo.

L’itinerario ci porta verso Sud e attraversa alcuni dei paesi e dei borghi che furono devastati dal terremoto del ’97, di cui in queste settimane si ricorda il ventennale. Un terremoto che fu seguito da una ricostruzione citata come modello in convegni e incontri. Ricostruzione che viene impietosamente paragonata alla gestione “del post sisma dell’emergenza continua” tuttora in corso nelle regioni dell’Appennino Centrale. Percorrendo quella strada, dicevamo, si attraversano spazi incantevoli da un punto di vista paesaggistico, come d’altra parte è consuetudine in quell’area dell’Appennino. Scendendo ancora si arrivava a Visso, “si arrivava” perché il tratto della Valnerina che conduceva alla sede del Parco nazionale dei Monti Sibillini è chiuso a causa di un’imponente frana che ha persino spostato il corso del fiume. Ma noi nel nostro viaggio non dobbiamo arrivare a Visso, la porzione di territorio che ci interessa e che riempie di vuoto le foto di Mario Capriotti si trova chilometri prima.

Il nostro viaggio nello spazio ci porta ad Acquapagana, Cesi, Corgneto, Taverne e in altri borghi che tolgono il fiato per la loro mancanza di vita. Case in legno o in muratura perfettamente uguali tra di loro ricostruite secondo il modello del ’97, perfettamente uguali anche nel trasmettere una sensazione di spaesamento che lascia attoniti. Quegli spazi avevano accolto venti anni fa gli sfollati dei rispettivi paesi ma nel corso di queste decadi sono diventati dei feticci di nuclei abitati. Anche nel mese di agosto, periodo in cui sono state scattate le foto e in cui qualche seconda casa si ripopola, sembra di essere in un set cinematografico abbandonato. Un villaggio del far west creato ad hoc per girare qualche scena in esterno giorno con i terremotati al posto dei pistoleri con le loro colt. Lo spazio vuoto ha una tale forza che è persino difficile immaginare quei luoghi popolati, quello spazio vuoto stride con il racconto del “modello ’97” che viene proposto in queste settimane, in questi mesi, in questi anni.


Anni. Abbiamo parlato di un viaggio nello spazio e nel tempo, questa seconda parte del cammino però non ci porta indietro a quando quelle strutture sono state edificate ma ci porta avanti verso un futuro distopico. I borghi vuoti raccontati attraverso queste immagini non ci parlano solo di un bug in un modello che pareva inattaccabile ma gridano, urlano senza voci per avvertirci che i paesi di tutto l’Appennino rischiano di fare la stessa loro, solitaria fine. Sono lì a testimoniare che ricostruire un paese non significa solo ricostruire le case. E adesso ai vuoti svelati dalle foto di Capriotti si aggiungono qua e là in quelle stesse immagini nuove macerie accatastate, a testimoniare che c’è stato un altro terremoto nel 2016.

Se non interroghiamo la memoria con un’idea di futuro rischiamo semplicemente di rincorrere modelli applicandoli in contesti diversi, semplificando e allontanando la complessità. Ancora una volta saranno modelli emergenziali che non terranno conto di quello che sarà, che non affronteranno il vero modello che andrebbe aggredito: il modello di sviluppo.
Immaginare l’intera area colpita dal terremoto del 2016 svuotata dai suoi abitanti fa venire le vertigini, ma anche qui occorre non generalizzare. Molti paesi, anche se a stento, sopravviveranno comunque e altri probabilmente ne usciranno addirittura rafforzati. Non dobbiamo però dimenticarci che ogni pezzo che andrà perso modificherà il quadro d’insieme e potremmo ridurci ad avere solo un’astrazione selettiva della realtà.




Così il terremoto ha ridato linfa alla strategia dell’abbandono - Leonardo Animali per Lo stato delle cose

Castelluccio. Ottobre 2017

[Articolo originale su Lo stato delle cose]

La strategia dell’abbandono abita da sempre sull’Appennino. Sta lì, silente e dormiente per lungo tempo, un po’ come le faglie nella crosta terrestre. Poi, come il terremoto, all’improvviso ritorna ciclicamente a manifestarsi con tutta la sua forza, arruolando proseliti, capi ed esecutori. Il terremoto, al pari di altre calamità naturali, è il suo più grande complice, un validissimo “facilitatore”. Nel tempo, durante le fasi di quiete, la strategia dell’abbandono si alimenta di cattiva edilizia, saccheggio del paesaggio e delle risorse naturali, mancata prevenzione geomorfologica, e di patrimoni immobiliari lasciati all’incuria da eredi, che neanche si ricordano di essere proprietari di una casa della bisnonna.

La cattiva politica è la sua linfa vitale: politici e governanti di scarse qualità e improvvisate che rincorrendo i falsi miti del decisionismo, dell’efficienza e della razionalizzazione, hanno ridotto gli spazi democratici e rappresentativi, quasi azzerato i servizi alle persone, svenduto e privatizzato beni pubblici e risorse naturali. Amministratori locali senza poteri di intervento efficaci e sanzionatori verso quanti lasciano depauperare un patrimonio immobiliare, fino al punto di renderlo pericoloso per tutti. Si parla degli artefici di scelte politiche che pensano prima ai turisti che agli abitanti e, di conseguenza, asservite spesso a imprenditori senza scrupolo che considerano i cittadini esclusivamente come dipendenti o clienti.

Classi dirigenti inconsapevoli del fatto che sull’Appennino i turisti ci sono se i paesi sono vivi, se chi ci abita è anche un animatore della vita del proprio borgo, se ci sono servizi alla persona (sociali, sanitari, culturali), se le strutture ricettive sono sicure, se le due stanze che prendi in affitto per una settimana (e magari in nero), non ti si accartocciano sopra di notte se arriva il terremoto. Ma anche classi dirigenti che consapevolmente preferiscono che, sui territori interni e montani, meno abitanti ci sono e meglio è, perché con gli abitanti non si possono favorire grandi operazioni industriali dal violento impatto ambientale, loschi e opachi progetti di consumo del territorio. Meglio per tutto ciò, allora, un Appennino trasformato in un enorme villaggio vacanze stagionale. E infine, ma non ultimi, spesso i fiancheggiatori della strategia dell’abbandono sono gli stessi abitanti dell’Appennino, quelli che pensano a fregarsi l’uno con l’altro, a ingraziarsi qualche amministratore locale in cambio dell’aumento di una cubatura, quelli che rigettano qualsiasi stimolo, quelli che Franco Arminio definisce “gli scoraggiatori militanti”, i più pericolosi. Caratteristiche che non riguardano una fascia anagrafica o un genere, ma che sono, per così dire, trasversali.

Il più delle volte la strategia dell’abbandono non ha una cabina di regia, un capo, ma è l’espressione di un insieme di fattori, che operano in maniera dolosa o colposa. Poi ci sono quelli che resistono alla strategia dell’abbandono, o quantomeno ci provano. Sono quelli che sull’Appennino ci abitano consapevolmente, nativi o arrivati da altri luoghi. Quelli che stanno quassù, non per una resa passiva al destino, o perché vocati al sacrificio, ma perché hanno scelto di farlo, perché qui trovano le ragioni di un’idea di felicità, di un’etica che diventa pratica quotidiana. E allora ci sono bambini, ci sono vecchi, cani, pecore, maiali, mucche e galline; ci sono imprese che producono qualità esclusivamente per il fatto di essere lì, in quelle condizioni ambientali ed altimetriche. Ci sono competenze e professionalità che possono lavorare anche da una piccola comunità sperduta sui monti, e che più che di strade a scorrimento veloce, hanno bisogno della banda larga e di internet, di infrastrutture telematiche che non ti abbandonino al primo temporale.

Ci sono ragazze e ragazzi che investono il proprio futuro qui, sull’Appennino, con competenze e conoscenze elevate. Come l’aglio per i vampiri la conoscenza, l’informazione, la partecipazione e la democrazia comunitaria sono l’antidoto contro la strategia dell’abbandono. Le persone che si riprendono i propri diritti civili e costituzionali, e ricostruiscono modalità collettive di interlocuzione con i diversi poteri, spiazzano e spaventano; di fronte alle comunità che si ritrovano insieme per una causa, che la sostengono in un conflitto dialettico e nonviolento, la strategia dell’abbandono sbanda, vacilla, fino ad arretrare. La lotta alla strategia dell’abbandono potrà aver successo se le persone che vivono sull’Appennino riscopriranno un nuovo civismo, nuove pratiche democratiche e partecipative, se si passerà dall’”io” al “noi”.

Il bio che non trema, Senigallia. Gennaio 2017

Il lavoro più prezioso dovrà farlo chi ha scelto di vivere sull’Appennino, trascinando chi sta già lì per nascita, promuovendo una diversa coscienza di attenzione e valorizzazione del territorio, capace di superare i difetti, qualche cattiva abitudine incrostata, localismi e particolarismi di caseggiato, la saccoccia come fine ultimo ed esclusivo di ogni iniziativa e attività. La sfida è riuscire a coltivare e far crescere una nuova idea di comunità e di appartenenza, che tenga conto del valore dell’identità e delle radici storicizzate, ma che definiscano anche nuove e plurali identità, frutto di contaminazioni.
E il terremoto in tutto questo? Ah già, il terremoto. Un terremoto, tanto più di larga scala territoriale e con effetti devastanti come quelli generatisi dal 24 agosto 2016 in avanti, non sconquassa solo elementi geomorfologici e urbanistici, ma ribalta anche dinamiche umane, sociali, culturali e politiche consolidate, rimescolando molte carte e tutto questo sia nel bene che nel male. Guardando in particolare al territorio del cosiddetto cratere marchigiano, per mia conoscenza diretta, molti aspetti immateriali non sono già più come prima. Così come è impensabile “il com’era, dov’era” e solamente dei millantatori possono affermarlo.

Da una parte si potrebbe affermare che la grande solidarietà privata, fatta di donazioni e di volontariato, che è stata riversata sulle comunità, la formazione di istanze che hanno aggregato cittadini, imprenditori, associazioni e movimenti che – partendo dalla emergenza di informazione e condivisione per quanti sono stati colpiti dal sisma – hanno rimesso in campo pratiche partecipative e democratiche che la politica tradizionale aveva dismesso da tempo. E una nuova stagione di fratellanza, tra quanti della stessa comunità si sono trovati a vivere in condizioni di enorme disagio e precarietà, lascerebbe ben sperare sulla possibilità che la strategia dell’abbandono possa non avere la meglio.

Tuttavia c’è sempre un ma. Anzi diversi ma, in questo caso. A porli, tanto per cominciare, una goffaggine senza precedenti nel dare risposte ai cittadini e ai territori colpiti da parte della filiera istituzionale. Dunque i ritardi di ogni tipo verso le persone, gli animali e le cose, dopo oltre 12 mesi dal primo terremoto, mentre le risposte immediate conseguenti alla fase dell’emergenza si sono risolte l’evacuazione totale di interi centri che vede ancor oggi migliaia di persone delocalizzate sulla costa o comunque lontane dai propri paesi, senza contare le macerie che hanno assunto ormai avanguardistiche fisionomie monumentali.

Per non parlare del tutti contro tutti per ottenere qualcosa in più del vicino da parte di non pochi amministratori locali, dello scaricabarile tra livelli istituzionali. O ancora la zizzania seminata ad arte da parte di alcuni sindaci tra i propri cittadini, mettendo l’uno contro l’altro (spesso in base al criterio del “tu mi hai votato ti favorisco, tu non mi hai votato, per ora aspetti”). Ecco tutto questo ha determinato un depauperamento della consapevolezza del proprio genius loci già di per sé traballante. E fosse finita qui. C’è pure, complice il conto alla rovescia verso il voto per le politiche del 2018, lo sciacallaggio politico a fini elettorali che viene continuamente fatto da parte di alcuni partiti sulla pelle e la vita delle persone. Tutti elementi che favoriscono un rigurgito, dopo mesi di condizioni di vita in “cattività”, dell’italica furbizia o scaltrezza, fatta dal potersi fregare a vicenda, anche con il confinante di casa. Mentre, e questo è evidente, non solo non c’è un avvio minimo di ricostruzione, ma soprattutto è palese la totale mancanza di una visione della ricostruzione di questi territori.

Le situazioni da raccontare, e da annoverare in una parafrasi possibile di uno sferzante aforisma di Ennio Flaiano ovvero “la situazione politica in Italia è grave ma non è seria”, sarebbero centinaia. Tali premesse non possono che portare a una immediata conclusione sugli esiti della vicenda: la partita è segnata e la strategia dell’abbandono, per cause dolose e colpose, trionferà. Secondo alcune stime, d’altra parte, il 20 per cento di quanti sono stati costretti a lasciare il proprio paese, ha già deciso di non tornare riorganizzandosi la vita altrove. Allora che fare, per rimanere in tema di linguaggio calcistico, arrendersi alla goleada, ritirare la squadra addirittura dal campionato? Io non ho ricette, come molti altri vivo questa esperienza in “un giorno per giorno”, fatta di ascolto diretto, di informazioni raccolte, di confronto con soggettività che possono rappresentare una visione nuova e sperimentale di politica e democrazia.

Mi convince una cosa però, che ho ascoltato più volte e da persone con storie e visioni ideali diverse tra loro. “Kon ovla so mutavia kon ovla, ovla kon ascovi” (“chi sarà a raccontare chi sarà, sarà chi rimane”), recitano i versi di una canzone rom ripresa da Fabrizio De Andrè. “Sarebbe necessario un ’68 dell’Appennino” sostiene Franco Arminio. Tanto più necessario per l’Appennino marchigiano che, ancor prima della sequenza di terremoti del 2016/2017, è stato spolpato fino all’osso da anni di politiche sbagliate e da un industrialismo e un modello di sviluppo che ha vandalizzato i territori (altro che Marche del “capitalismo dolce”, come sostiene un sociologo molto in auge da queste parti). Un ’68 dell’Appennino che veda protagonisti, agitatori, sobillatori, quelli che non se ne sono andati, quanti torneranno e quelli che, sebbene non siano nati qui, potrebbero arrivare.
Una rifondazione civile, sociale economica ed etica di questa parte del Paese – parlo delle quattro regioni del cosiddetto terremoto del Centro Italia – in cui vivono oltre venti milioni di persone, di cui tre milioni nel solo cratere sismico (almeno fino al 24 agosto 2016). Il terremoto, seppur nella sua catastrofica e tragica natura, può segnare, paradossalmente e provocatoriamente, una ripartenza. Dopo che tutto è stato rimescolato e niente è, né potrà essere, come prima. Non è un traguardo di breve tempo, questo è certo. Si tratta, piuttosto, di intraprendere una nuova “lunga marcia”. Sull’Appennino e per l’Appennino. Quanto a me rubando ancora le parole di quella canzone, a proposito si chiama Khorakhané (A forza di essere vento), ho già deciso: “Me gava palan ladi, me gava palan bura ot croiuti”. Vuol dire: “Io seguirò questo migrare, seguirò questa corrente di ali”. Sull’Appennino e per l’Appennino.

Norcia. Ottobre 2017


I bei tempi non ci sono mai stati. Per una nuova (narr)azione sul terremoto.



Le scosse che hanno fatto tremare la terra nei nostri comuni hanno inevitabilmente portato con loro nel corso di questi 13 mesi una lunga scia di aneddoti, drammi, carenze, colpe, racconti. Fatti singoli su cui occorre fare informazione e denuncia, ma come sempre più spesso accade tutto questo si trasforma in un elenco della spesa o in indignazioni che durano il tempo di una bestemmia. Nulla si sedimenta, tutto passa e diventa frustrazione e stanchezza, voglia di mollare e dimenticare. Una sorta di “burocrazia della memoria” imbriglia la mente impedendoci di andare avanti senza farci distinguere le differenze tra i compagni di viaggio e chi ci ostacola. Vogliamo quindi provare ad affrontare la questione nel suo complesso, cercando di guardare la situazione dall’alto ma con i piedi ben piantati a terra.

Occorre cominciare da una visione lucida della realtà, della storia e della “civiltà” di questo territorio:
la compattezza geografica […] delle Marche, non è accompagnata da un’eguale compattezza nella storia della regione. […] Naturalmente, occorre intendere questa mancanza di compattezza e di uniformità non nel senso estremo di differenziazione di “civiltà”, ma nel senso proprio dell’espressione, cioè di mancanza per secoli di una storia veramente comune, di fini ed ideali comuni, della necessità e della consapevolezza di una comune tensione verso mete comuni […]. Se si comprende questo, si potrà comprendere anche lo spirito della sua gente, ancora tenacemente attaccata al suo gonfalone municipale, gelosa delle sue tradizioni e delle sue memorie, testardamente abituata a far da sé, individualista (anche troppo), chiusa nell’ambito della piccola comunità familiare e delle comunità locali, sospettosa verso le novità.*
Infatti una delle risposte più pericolose che possiamo dare a quanto sta succedendo nel nostro territorio a partire dal 24 agosto 2016 è quella che passa attraverso la mitizzazione di un passato che non è mai esistito. Attraverso la creazione di mitologie comunitarie facili e rassicuranti che non ci aiutano ad uscire dallo stallo in cui ci hanno imprigionato e dal quale potremo uscire solo con un’idea di futuro che interroghi quanto è stato cogliendone tutte le criticità. Questo passo spetta a noi, uno scarto mentale che dobbiamo compiere dai nostri paesi puntellati, crollati, “lamati”.

Uno dei racconti che riempiono molto spesso gli articoli di approfondimento degli esperti del territorio dell’ultimo minuto è quello che ci parla di primordiali comunità armoniose, unite, costituite da rapporti saldi e basate sul mutuo aiuto. Sappiamo che non è così, o almeno sappiamo che questo è un racconto parziale che non coglie la complessità dei piccoli borghi in cui, se vieni da 10 km di distanza, sei “quello di fuori”. Ricostruire un passato falso non rende tra l’altro giustizia alla ricchezza straordinaria dei nostri territori, anzi forse è il caso di partire proprio dai “nostri territori”. In questi mesi abbiamo abitato alternativamente nel Centro Italia, nel Cratere, al confine tra MarcheUmbriaLazioeAbruzzo, nelle Regioni Centrali. Tutte indicazioni geografiche indistinte vuote, che danno un’idea vaga della zona colpita e in cui si mette insieme tutto e niente. L’effetto è quello che si ha quando aprendo la dispensa e trovando tanti piccoli rimasugli si fa cuocere una pasta con formati e tempi di cottura diversi. Il risultato (pessimo) è quello di avere contemporaneamente un piatto di pasta inguardabile e immangiabile che è allo stesso tempo scotto e troppo al dente con spaghetti intrecciati a fusilli e farfalle triturate. A partire dai luoghi e dalla loro geografia è forse il tempo di ri-contestualizzare e ripensare le categorie con cui abbiamo provato ad analizzare le tante storie diverse che compongono la nostra movimentata storia collettiva. Una di queste, probabilmente “la” categoria abusata per eccellenza è quella dei terremotati. 

Quando parliamo di un terremotato ricordiamoci sempre che, tecnicamente, stiamo indicando genericamente una persona che è stata colpita o ha subito danni dal terremoto. Ma come nel cosiddetto cratere troviamo contemporaneamente paesi appena sfiorati e paesi distrutti, nella categoria dei terremotati troviamo di tutto. Morti, feriti, sfollati, proprietari di seconde case, ricchi, poveri, stronzi, delatori, volontari, migranti, pastori, imprenditori, scrittori, speculatori, rifugisti, pessimisti, ottimisti, anziani, neonati e potremmo continuare all’infinito. Gli effetti del terremoto su queste persone sono stati gli stessi? Tutti hanno reagito o hanno avuto la possibilità di reagire allo stesso modo? Hanno tutti la stessa idea di futuro e di sviluppo del loro paese e della loro regione? Ecco che vista così la categoria del terremotato inizia ad apparire per quello che è: conflittuale e multiforme. Le storie di chi è stato colpito dal terremoto diventano immediatamente più articolate. Le differenze e le similitudini tra le persone non sono più determinate solo dal vivere ad Amatrice o a San Severino, ma soprattutto dall’avere o no la possibilità di ricostruire un futuro, materialmente e non solo, a seguito di quanto accaduto. Il vero confine è quello tra l’alto e il basso, tra chi decide e chi subisce le decisioni, tra chi è costretto ad arrangiarsi e chi può permettersi di scegliere, tra chi ha possibilità economiche e chi non le ha.

A ben vedere quindi la situazione dei “terremotati” non è molto diversa da quella che ritroviamo nel resto della società. Le scosse hanno solo fatto emergere tutte insieme le contraddizioni e le problematiche di un modello di sviluppo predatorio e discriminante che alimenta i privilegi di pochi e impoverisce le relazioni umane. Se noi per primi non riusciremo a cogliere questo elemento, se noi per primi non riusciremo a capire che “le Peppine” dei vari paesi hanno molto più in comune con i rifugiati sgomberati a Roma questa estate che con chiunque altro, non andremo lontano. Partendo da qui dobbiamo essere in grado di distinguere gli amici dai nemici, chi aiuta da chi specula, i lupi dagli sciacalli (che sono tra i pochissimi animali che proprio non vogliamo inserire sui Sibillini). Non sempre sarà facile, perché il tentativo in atto dai fautori della strategia dell’abbandono è quello di spaccare ulteriormente le comunità mettendo contro chi si trova nella stessa situazione di difficoltà.

A proposito della strategia dell’abbandono: non dobbiamo certo immaginarci un uomo malvagio, solo al potere, che dietro alla scrivania progetta lo spopolamento delle zone montane. La costruzione del “nemico perfetto” porterebbe agli stessi errori commessi nelle costruzioni dei miti con cui abbiamo aperto questo ragionamento. La situazione è ben più complessa, ma allo stesso tempo le responsabilità ci sono e sono facilmente identificabili a livello locale e nazionale, sia in ambito politico che economico. Su questo va sottolineata l'inadeguatezza dell’apparato statale ridotto oramai quasi esclusivamente a strumento repressivo a servizio dei grandi interessi economici. Il privato che prende il sopravvento sul pubblico, sempre con direzione dall’alto verso il basso. Il privato che solo apparentemente sopperisce alle mancanze del pubblico mentre invece erode progressivamente potere gestionale e decisionale. Basti pensare a come le scuole ricostruite siano solo quelle finanziate da donazioni private mentre, quando si parla dello Stato, sulla consegna delle SAE i ritardi stanno assumendo dimensioni grottesche.
Se vogliamo scendere nei casi specifici, è lampante la differenza tra la facilità con cui si è potuta realizzare una fabbrica ad Arquata del Tronto e gli ostacoli per un qualsiasi altro intervento in autonomia sulle abitazioni. Per non parlare del celebre “Deltaplano di Castelluccio”, la struttura (ma potremmo anche chiamarlo centro commerciale) che dovrebbe sorgere con vista sul Pian Grande, intervento presentato come salvifico e “provvidenziale” che arriva a livello progettuale dopo un anno di immobilismo totale. Neanche Berrettaccia, che pur raccontò la Battaglia di Pian Perduto, saprebbe raccontare un tale scempio.
Non dobbiamo cedere al ricatto finendo per dichiarare che “occorre meno Stato perché non fa, meglio il  privato che fa in fretta”. Un intervento pubblico rapido ed efficace va preteso perché è nostro diritto, per questo tutte le storie singole e le dinamiche di autogestione e auto-organizzazione vanno inserite in un meccanismo vertenziale e non prettamente volto alla sopravvivenza. 

Come dicevamo, “i bei tempi non ci sono mai stati”. E' bene ricordare anche che il nostro territorio è sotto attacco della speculazione e della devastazione territoriale da ben prima del sisma. La pedemontana di Matelica, l’inceneritore di Selvalagli, il gasdotto che dovrebbe attraversare l’Appennino (passando sotto i paesi distrutti), le trivellazioni in mare e potremmo continuare ancora, sono solo alcuni dei progetti che esistono da molto prima del 24 agosto 2016. Un iperattivismo sul fronte delle grandi opere che da decenni si accompagna ad un calo dei servizi base sul fronte sanitario, dei trasporti, ecc. Che futuro ci aspetta, anche quando (quando?) tutte le SAE saranno pronte e le macerie rimosse, se non saranno attivati nuovi servizi per la popolazione? Se un nuovo welfare non sarà garantito? Sono domande alle quali sarebbe bene rispondere fin d’ora.

Questo è il quadro, dipingerne un altro significherebbe portarci in giro.
Sarà dura certo mutarlo, ma anche in passato siamo riusciti a districarci in situazioni difficili che credevamo perse. Non partiamo da zero perché quanto successo ha anche portato alla nascita di relazioni e di dinamiche nuove che non sarebbero mai esistite altrimenti.
Sarà dura, ma nulla è perduto, e non perché le popolazioni dell’Appennino sono forgiate nella pietra o dai sacrifici (altro racconto consolatorio e auto incensante che non ci aiuta, anche nei casi in cui è veritiero), ma perché abbiamo tutti gli strumenti e le capacità per ricostruire un futuro.
Bisognerà reinventare le comunità sulla base di nuovi paradigmi, bisognerà imparare a reagire facendolo collettivamente a scapito dei piccoli interessi personali, senza mai dimenticare quello che è successo, chi ci ha seguito lungo la strada e chi quella strada ha cercato di sbarrarcela o ci ha fornito indicazioni sbagliate.
Arriverà il freddo e la neve, non tutte le SAE saranno pronte, pioverà nei container e ci saranno ancora macerie nei paesi, nessuno parlerà più della nostra situazione se non per i tristi anniversari, qualcuno non tornerà ed altri se ne andranno, cambieranno sindaci e governi.
Dalle vallate vedremo sempre svettare la Priora. e il Vettore degradare bruscamente a sud. Toccherà a noi saper Tornare, Resistere, Ricostruire.

*Dante Cecchi - Macerata e il suo territorio, il paese - Pubblicazione della Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata, 1978 (pp. 20, 26).

24 agosto 2017


Ci siamo quasi, fra qualche ora sarà passato un anno da quella maledetta notte del 24 agosto 2016.

In queste ore, complice la ricorrenza, si è tornato a parlare con assiduità del terremoto. Per quanto ci riguarda questo è il momento per stringersi intorno a chi ha perso casa ed affetti, senza dimenticare come sono passati questi 12 mesi, cosa non è stato fatto e cosa è stato fatto male. Perché il 24 agosto non sia l'ennesima sterile e retorica giornata commemorativa ma oggetto di memoria viva da utilizzare da qui in avanti.

"[...] nel gioco della memoria devi scrutare il futuro per interrogare il passato, si punta sull’avvenire per capire l’avvenuto. Abbiamo sempre l’impressione che sia il contrario, che dal passato s’impari e che senza quello, senza memoria, non ci sia futuro, ma è piuttosto vero il contrario: chi non ha un’idea del futuro non sa porre domande al passato, e senza una domanda, i ricordi restano coperti e muoiono."

(WM4 - Chi non ha futuro, non ha memoria. Grande Guerra, intruppamento dei ricordi e diserzioni necessarie)"

Deltaplani e memoria a Castelluccio


Nel corso del Festival appena concluso è più volte emersa durante i dibattiti come nelle chiacchierate a margine degli eventi la questione della nuova struttura che dovrebbe sorgere a Castelluccio per accogliere i commercianti del luogo, vogliamo provare a sottolineare 3 punti che per noi sono piuttosto centrali:

- Se chi sta spingendo con tanta foga la costruzione di questa struttura avesse lavorato con la stessa premura nella sistemazione delle strade o nella rimozione delle macerie, avesse comunicato che a Castelluccio nonostante tutto e tutti ci sono 2 strutture ancora aperte (si, non ve l'aveva detto nessuno vero?) probabilmente staremmo parlando di un'altra storia.

- Possiamo comprendere gli esercenti di Castelluccio che sono d'accordo con "il deltaplano", stremati dopo 11 mesi di immobilismo totale si aggrappano alla soluzione che rimane almeno apparentemente più concreta e rapida al momento. Ma chi analizza la situazione da "esterno" (per quanto si possa usare questo termine quando si parla di un luogo patrimonio dell'umanità e non solo di chi vi abita/lavora) deve giocoforza fare lo sforzo di rifiutare questa logica perennemente emergenziale per cui qualunque soluzione va accettata perchè "oramai...". Questa operazione fa venire in mente le dinamiche proprie del colonialismo: prima si acquisisce un porto commerciale, poi una porzione un po' più grande, poi si fa una ferrovia verso l'interno - per portare civiltà alle popolazioni degli altipiani - poi si mette il filo spinato, poi ci vogliono 150 anni per toglierlo. Una volta realizzata l'opera, l'occhio si abitua e le popolazioni pure, e a quel punto sarà più facile ampliarla e realizzarne altre simili invece che rimuoverla, perché "ormai ce sta", come spesso si dice. Il punto è proprio questo, dietro quel “ormai” si cela un mondo. Se accettiamo questa logica saremo sempre ricattati e ricattabili, costretti ad accettare soluzioni al ribasso per sopravvivere. Sarà così per le casette, per la ricostruzione per le infrastrutture e tutto il resto. Dobbiamo pretendere la soluzione migliore, non una soluzione qualsiasi "solamente" perché fino ad ora non si è fatto niente.

- Chi ha vissuto Castelluccio con continuità e non solamente attraverso le foto della celebre fioritura sa benissimo che il borgo era trattato malissimo dalle istituzioni ben prima dell'arrivo del sisma. D'inverno salendo dal valico di Forca di Gualdo la strada veniva pulita sistematicamente solo a Pian Perduto fino al cartello che indicava la fine della Provincia di Macerata, la parte umbra fino al paese rimaneva quasi perennemente innevata. La fioritura... l'enorme afflusso di persone veniva gestito in maniera pessima e la piana nel fine settimana diventava (veramente) il parcheggio enorme di un centro commerciale. Con colpe gravi sia da parte dei fruitori, molti dei quali sono gli stessi che ora si ergono a difensori di Castelluccio ma fino allo scorso anno parcheggiavano in doppia fila sul pian grande, sia da parte delle istituzioni che non volevano o avevano la capacità di gestire la situazione.

Quindi per cortesia basta con l'ipocrisia della difesa postuma, evitiamo di parlare dei problemi solo sulla base del qui e ora, riprendiamo la memoria e pretendiamo prospettive che vadano oltre la punta del nostro naso.

Il deltaplano non è una soluzione, è un ricatto. E come tale va trattato.

Coprights @ 2016, Blogger Templates Designed By Templateism | Distributed By Gooyaabi Templates